Gianni Lodi (1943-2018)

« Vivo a Framura, antico e selvaggio borgo marinaro ai confini del Parco delle Cinque Terre. È una scelta di vita, per il mare, per il cielo, per il silenzio, ma è anche una scelta di lavoro: dalla spiaggia sottocasa traggo le materie prime per la mia attività artistica: legni, ferri, plastiche, corde e tutto ciò che approda a terra dopo lunghi viaggi tra i flutti. All’origine della mia ricerca estetica c’è infatti una sorta di coazione all’accumulo di materiali segnati dal tempo con cui, a un certo punto, ho cominciato a realizzare collages tridimensionali, che rimandano all’iconografia delle culture arcaiche: totem, bucrani, maschere cerimoniali, pesci votivi ecc., tutti simboli dotati di un innegabile potere evocativo.

Più di recente, mi sono dedicato alle anatomie: parti del corpo, gambe femminili soprattutto, scolpite nei legni bianchi levigati dalle onde, spesso usati per i fuochi notturni e dunque in parte combusti; completo l’allestimento con indumenti in stile fetish, scarpe soprattutto, rinvenuti sui marciapiedi delle città o in negozi di infimo ordine.

Come ha scritto Ed McCormack in occasione della mia prima mostra a New York (Gallery &Studio, New York, December 2004): “Gianni Lodi (…) scava nei detriti urbani per portare alla luce forme archetipiche, come la convincente trasformazione del fronte di una moto demolita in una maschera primitiva, che crea un bizzarro continuum culturale; oppure agghindando ciò che appare una gamba semicarbonizzata di una modella che calza una scarpa con tacco a spillo, appoggiata alla parete della galleria, che ci fa sobbalzare grazie alla combinazione del classico stile funk di Bruce Connor con l’anatomica morbidezza di Robert Gober”.

Questo tipo di shock può forse essere imputato a ciò che sta dietro al mio lavoro: una specie di processo alchemico, che ricava energia dalla combinazione di contrari apparentemente inconciliabili ma in realtà integrabili. Credo sia lo stesso per me quando esaspero l’accostamento dell’arcaico con il contemporaneo oppure forzo la specularità tra splendore e degrado per aumentare la forza espressiva delle mie opere.

I miei intenti tuttavia non sono esclusivamente di natura formale. Come ha notato Enrico Formica (Emergenze alla Spezia, La Spezia, 2006): “Gianni Lodi (…) ha deciso di lavorare solamente con materiali trovati…La radicalità di questa scelta ne forgia costitutivamente le coordinate ideologiche e stilistiche, nel senso di un’arte ecologista, drammatica, plastica; una monacale missione di riscatto di ciò che è consunto, bruciato, alla lettera rifiutato”.

Viene così evocata una questione alquanto spinosa ma destinata – almeno per quanto mi riguarda – a rimanere insoluta: l’artista deve essere un angelo salvatore attento alle sorti del mondo o piuttosto un impenitente peccatore, unica condizione che garantisce un’adeguata potenza creativa? Dove comincia l’impegno e dove l’arte per l’arte?

Al di là delle questioni filosofiche sollevate dal ruolo dell’artista oggi, mi sembra importante riflettere piuttosto sul paradosso intimamente connesso alla fortuna planetaria incontrata da quei filoni di ricerca artistica focalizzati sulla denuncia, più o meno esplicita, del consumismo dilagante, a cui anch’io mi sento di appartenere. Se infatti Pop Art e Land Art, Trash Art e Arte Povera sono accomunate da parole d’ordine political correct,  peraltro tuttora valide, è innegabile che il loro successo riconduce queste esperienze nell’ambito dell’effimero e del suo consumo, proprio le degenerazioni che intendono combattere.

Un reale cambiamento sociale è dunque impossibile? Difficile domanda! La cosa migliore, io credo, sta nel delineare percosi di trasformazione flessibili e attenti alla soggettività, dove possa trovar spazio anche l’indulgenza nei confronti della labilità del desiderio ».

Gianni Lodi
Novembre 2006