2003 | Lo yoga dei cinque elementi

Videocorso di hatha yoga

Introduzione

PERCHE’…”LO YOGA DEI CINQUE ELEMENTI”?

Nel videocorso precedente (“LO YOGA DEI CHAKRA”) avevo adottato , come riferimento teorico-pratico, il sistema dei sette chakra, l’insieme cioè dei centri di energia psico-fisica distribuiti lungo la colonna vertebrale.

In questo nuovo video utilizzo un diverso sistema di riferimento: i cinque elementi.

Oltre che un costrutto teorico, questo sistema emerge con evidenza dall’analisi empirica della realtà in cui viviamo. Osservando il mondo fenomenico possiamo infatti facilmente individuare le componenti di base della materia: la terra, l’acqua, il fuoco, l’aria, l’etere.

Ognuno di questi elementi presenta caratteri particolari, che non solo li definiscono, ma li differenziamo l’uno dall’altro: si tratta di figure geometriche, colori, sillabe-mantra, numeri, divinità, animali, ma anche attitudini psichiche e organi di senso, che variano da elemento a elemento, delineando per ciascuno un insieme compiuto di significati simbolici.

Con la pratica yoga, grazie quindi a specifiche posizioni corporee, (nel video ne propongo di solito quattro, due maschili e due femminili), a esercizi mirati di respirazione (pranayama) e di concentrazione, è possibile stimolare l’energia propria di ognuno dei cinque elementi.

Questa parte più operativa è sempre preceduta da una breve introduzione sulle valenze metaforiche e sulle attitudini psichiche proprie di ciascun elemento.

Il percorso proposto dal videocorso prevede dunque cinque lezioni-incontro, ognuna di circa quindici minuti, seguendo le quali giorno per giorno è possibile realizzare un contatto mirato con i cinque elementi, grazie a cui effettuare un ulteriore approfondimento della conoscenza e della pratica yoga.

 

PRIMA LEZIONE-INCONTRO –  PRIMO ELEMENTO: LA TERRA

L’elemento oggetto di questa prima lezione-incontro è la terra, a livello iconografico raffigurata dal quadrato.

Figura 1: quadrato

Simbolicamente, la terra rappresenta le nostre potenzialità, cioè l’insieme dei talenti di cui siamo dotati alla nascita, che dobbiamo però affinare e potenziare nel corso dell’esperienza di vita.

A livello di attitudini psichiche, la terra allude all’immutabilità e alla persistenza dei bisogni primari, quindi alla sfera degli istinti, certamente la componente più arcaica della nostra personalità, ma anche quella più vitale e inesauribile.

Nello yoga, ci sono posizioni che meglio di altre ci mettono in contatto con queste energie di tipo più tangibile e materiale, posizioni indicate in particolare per le persone che hanno difficoltà a realizzare un buon rapporto con la dimensione della concretezza e della stabilità. Queste posizioni costituiscono peraltro il punto di partenza per un percorso di evoluzione che da questo livello più grossolano può  connetterci alle energie di natura più sottile.

La posizione di partenza si sviluppa in due varianti: la posizione potente estesa e la posizione potente piegata. La prima è di natura più maschile poiché si rivolge verso l’alto e richiede un notevole impegno muscolare, la seconda è di natura più femminile poiché porta il corpo ad appoggiare a terra, raccolto e chiuso in sé.

Per costruire queste posizioni anzitutto uniamo i piedi e sentiamo l’appoggio al pavimento. Ci concentriamo sull’arco plantare, cioè sulla mezza sfera posta al centro dei piedi e che solo noi umani abbiamo: è forse per questo che, unici tra gli esseri viventi, possiamo rivolgere uno sguardo diretto al cielo.

Raddrizziamo bene le gambe, spingiamo in fuori il pube, avviciniamo le scapole dietro la schiena. Con una profonda inspirazione solleviamo le braccia unendo le mani e puntandole dritte verso il soffitto, espirando pieghiamo le ginocchia e abbassiamo il bacino come se ci dovessimo sedere su un immaginario appoggio. Il problema di questa posizione è mantenere i talloni ben appoggiati a terra, cosa di non immediata realizzazione. Manteniamo la posizione: nell’inspiro assecondiamo il richiamo verso il cielo, come se arrivassimo a toccarlo con la punta delle dita; nell’espiro torniamo giù come richiamati dalla nostalgia della terra. Questo movimento impercettibile ci fa capire che la nostra funzione è di garantire l’unione tra le energie sottili del cielo e quelle più grossolane che salgono dalla terra.

 

Figura 2: pos potente estesa

Trasformiamo ora la posizione potente estesa in potente piegata: ciò comporta il passaggio dalla dimensione maschile dell’estroversione alla dimensione femminile dell’introversione. Inspiriamo, espirando pieghiamo ulteriormente le ginocchia, chiudiamo le mani a pugno e le appoggiamo a terra, davanti ai piedi, portando la schiena parallela al pavimento come per trasformarla in una sorta di sedile su cui appoggia il cielo. Teniamola finchè la posizione non diventa troppo faticosa.

 

Figura 3 : potente piegata

Per scioglierla, facciamo una profonda inspirazione, espirando ci raddrizziamo lentamente, allentando lo sforzo che ha impegnato gambe e piedi: sono queste le parti del corpo più a contatto con l’elemento terra, è dunque naturale che siano anche le più impegnate in queste posizioni.

Abbiamo visto che la terra è rappresentata da un quadrato: la posizione quadrangolare ci consente di rappresentare con il corpo l’angolo a 90 gradi tipico del quadrato. Il punto di partenza è lo stesso della posizione precedente: piedi e ginocchia unite, scapole il più possibile avvicinate, mento appena reclinato sullo sterno. Dopo una profonda inspirazione, espirando spingiamo il bacino in fuori; attenzione alle scapole: non si devono allontanare ma rimanere il più vicino possibile. Facciamo scendere le braccia perpendicolari al pavimento: la posizione restituisce nel suo complesso un’immagine di rigidità, che rispecchia semplicemente la rigidità dell’angolo retto. A ogni espirazione continuiamo a scendere con il busto, mantenendo la schiena dritta e ricercando un assetto posturale che riproduca l’angolatura tipica del quadrato. La tensione che certamente avvertiamo alle gambe è dovuta alla rigidità della schiena, che si trasmette appunto agli arti inferiori. Manteniamo la posizione per quanto possibile.

Per scioglierla, raddrizziamo il busto con una profonda inspirazione, per rilassarci poi nell’espiro.

Ribadisco che tutte queste posizioni andrebbero tenute per almeno tre minuti per ottenre effetti significativi.

 

Figura 4 : quadrangolare

Finiamo la serie delle quattro posizioni relate all’elemento terra, che lavorano in pratica sul primo chakra, Muladhara, con la posizione della dea Laksmi, che, andando a stimolare le componenti più femminili, compensa quelle maschili proprie della quadrangolare. Il punto di partenza è lo stesso: piedi uniti e corpo allineato. L’inspirazione ci solleva le braccia in avanti, con l’espiro abbassiamo il bacino piegando le ginocchia: con un notevole sforzo dobbiamo cercare di scendere il più possibile con le natiche sui talloni, che da parte loro non devono sollevarsi dal pavimento. Teniamo la posizione per quanto possibile: come sentite è  una posizione piuttosto impegnativa, che fa accelerare il battito cardiaco e impegna notevolmente i polmoni.

Per scioglierla: con una profonda inspirazione raddrizziamo le ginocchia e risolleviamo il bacino, espirando abbassiamo le braccia.

 

Figura 5 Laksmi

Ora ci sediamo per eseguire il pranayama, un esercizio di controllo del respiro. Coerentemente con il simbolo specifico dell’elemento terra, eseguiamo la respirazione quadrangolare con cui ognuna delle quattro fasi respiratorie viene a coincidere con ognuno dei quattro lati del quadrato, simbolo della terra. Mentalmente facciamo allora corrispondere l’inspiro al numero 1, il primo lato del quadrato; il trattenimento a polmoni pieni con il numero 2, il secondo lato del quadrato; l’espiro con il numero 3, il terzo lato del quadrato; il trattenimento a polmoni vuoti con il numero 4, il quarto lato del quadrato.

Eseguiamo la respirazione quadrangolare socchiudendo gli occhi per alcuni minuti. Ritorniamo poi a respirare normalmente.

 

Per la fase finale, quella della concentrazione, rimaniamo seduti e cerchiamo di visualizzare il quadrato che ci ha guidato nel pranayama. Per alcuni minuti manteniamo l’attenzione sul simbolo della terra: l’effetto sarà di imporre quest’immagine su tutto il resto per sospendere il flusso ordinario dei pensieri.

Dopo una profonda inspirazione, espirando riapriamo lentamente gli occhi e ci prepariamo al saluto. Uniamo le mani e sfioriamo con la punta delle dita il pavimento: ringraziamo la terra per il sostegno che ci ha offerto; inspirando  solleviamo le mani al cielo e lo ringraziamo per l’illuminazione che ci ha concesso, espirando  le abbassiamo sfiorando la fronte, il cuore: ARI OM.

Io vi ringrazio dell’attenzione e vi do appuntamento al prossimo incontro.

 

SECONDA LEZIONE-INCONTRO –  SECONDO ELEMENTO: L’ACQUA

 Continuiamo con l’abbinamento tra i cinque elementi e le posizioni yoga. Dopo la terra, viene l’acqua: se la terra rappresenta la potenzialità, l’acqua è l’elemento della fecondazione a cui corrispondono tutte quelle attitudini psicomentali che riguardano la creatività. L’altro aspetto di cui tener conto è la flessibilità, la fluidità; l’acqua si adatta agli ostacoli: stimolare l’acqua significa stimolare le capacità di adattamento, cioè di accogliere l’altro e le sue istanze.

In questo senso, l’acqua richiama la passività cui noi occidentali attribuiamo connotazioni negative; al contrario, la tradizione orientale, a partire dalle arti marziali, considera la passività un atteggiamento altrettanto valido dell’essere attivi. In base a tale convinzione, offrire il vuoto invece del pieno è considerata un’ottima strategia di combattimento, capace di confondere e sbilanciare l’avversario.

Simbolo dell’acqua è il cerchio attraverso cui viene rappresentata l’adattabilità tipica di questo elemento, al contrario del quadrato, che abbiamo visto è stato assunto per rappresentare la rigidità e la compattezza della terra.

 

Fig 6 il cerchio

Vediamo ora le quattro posizioni che lavorano specificamente sull’elemento acqua, e dunque sul secondo chakra, Svadhishthana, predisposto al funzionamento delle acque interne attraverso l’apparato renale e quello genitale.

Distinguendo tra posizioni più maschili e altre più femminili, cominciamo con una posizione di apertura, che richiede l’uso di una certa forza muscolare: si tratta dunque di una posizione di natura maschile.

Ci mettiamo a pancia in giù ed eseguiamo la posizione dell’arco : il tentativo è di imprimere al nostro corpo la stessa rotondità di un arco. Alziamo i piedi piegando le ginocchia, con le mani afferriamo le caviglie cercando di non allontanare le ginocchia tra di loro, inspiriamo e, usando la forza delle braccia, ci apriamo sollevando da un lato i piedi e dall’altro la testa e le spalle. Sentiamo le scapole avvicinarsi fin quasi a unirsi e ci troviamo ad appoggiare a terra solo con l’addome. Teniamo la posizione per quanto possibile, rimanendo concentrati   sulla forte tensione che avvertiamo a livello lombare. Per scioglierla, dopo un profondo inspiro, espirando lasciamo la presa delle mani sulle caviglie e torniamo al tappeto: con la respirazione tranquillizziamo il cuore.

 

Fig . 7  posiz dell’arco

Ora ci prepariamo a una posizione d’acqua più femminile: la locusta. Questa posizione lavora alternativamente sulla parte destra e su quella sinistra, stimolando e poi integrando i due poli dell’attività e della passività. Pieghiamo il ginocchio sinistro e alziamo il piede sinistro, inspirando e facendo forza sulle braccia solleviamo la gamba destra mantenendola rigida in modo da far appoggiare il ginocchio destro al piede sinistro. Sentiamo una forte stimolazione a livello renale, genitale e anche al fegato perché stiamo agendo sul piccolo chakra del Sole, posto a destra dell’ombelico.

Per sciogliere, inspiriamo e facendoci guidare da una lenta espirazione riportiamo la gamba destra al tappeto.

Per compensare, facciamo la posizione complementare: alziamo il piede destro piegando il ginocchio, inspiriamo, solleviamo la gamba sinistra mantenendola rigida, facciamo appoggiare il ginocchio sinistro al piede destro. Di nuovo sentiamo una forte stimolazione a livello renale e genitale, ma anche alla milza perché stiamo agendo sul piccolo chakra della luna, posto alla sinistra dell’ombelico. Per sciogliere, inspiriamo, espirando riportiamo la gamba sinistra al tappeto e riposiamo: con la respirazione tranquilliziamo il cuore.

 

Fig 8 posiz parziale della locusta

C’è anche la posizione completa della locusta: intrecciamo le dita delle mani all’altezza dell’inguine; le braccia ci fanno da appoggio: con una profonda inspirazione solleviamo le gambe e portiamo i piedi il più in alto possibile. Quando diventa troppo faticosa, inspiriamo ed espirando riportiamo le gambe al tappeto. Riposiamo e tranquillizziamo il battito cardiaco.

 

Fig 9 posiz completa della locusta

Un’altra posizione d’acqua è l’alligatore, animale simile al coccodrillo. Per trasformarlo in posizione yoga pieghiamo i gomiti e portiamo le mani all’altezza delle spalle. Spostiamo il peso delle gambe sulla punta dei piedi: inspiriamo e con la forza delle braccia portiamo il corpo sollevato parallelo al pavimento. Manteniamo per quanto possibile.

Per sciogliere: inspiriamo ed espirando ritorniamo al pavimento per rilassarci. Queste posizioni andrebbero tenute per alcuni minuti, intervallandole con un tempo sufficiente per  riprendere energia e tranquillizzare il cuore.

 

Fig 10 posiz dell’alligatore

L’ultima posizione che eseguiamo oggi è ispirata alla canoa: il tipico mezzo di trasporto usato sull’acqua. Rispetto all’alligatore è più femminile. Per costruirla, inspiriamo e, per dare l’immagine della canoa, solleviamo da dietro braccia e gambe. Manteniamola finchè non diventa troppo faticosa. Per scioglierla, inspiriamo mentre espirando ritorniamo con tutto il corpo al tappeto.

 

Fig 11 posiz della canoa

Per fare un esercizio respiratorio (pranayama) in sintonia con questo elemento ho scelto il respiro del serpente, che ha un’azione rinfrescante coerentemente con il fatto che anche l’acqua suggerisce sempre una sensazione di fresco. Per attuare questa respirazione facciamo una cosa di solito non prevista dallo yoga: cioè inspiriamo con la bocca. Facendo passare l’aria tra i denti e provocando il sibilo tipico di un serpente, sentiamo questa azione rinfrescante diffondersi in tutto il corpo. Proviamo a eseguire questo tipo di respirazione per qualche minuto. Dopo un’ultima inspirazione, espirando chiudiamo gli occhi e visualizziamo un cerchio.

Usiamo questa immagine per l’esercizio di concentrazione: fissiamo su questo cerchio il nostro pensiero per rilassare la mente e liberarci dagli automatismi che la bloccano.

Dopo una profonda inspirazione, espirando riapriamo lentamente gli occhi e ci prepariamo al saluto. Uniamo le mani e sfioriamo con la punta delle dita il pavimento: ringraziamo la terra per il sostegno che ci ha offerto; inspirando  solleviamo le mani al cielo e lo ringraziamo per l’illuminazione che ci ha concesso, espirando  le abbassiamo sfiorando la fronte, il cuore: ARI OM.

Io vi ringrazio dell’attenzione e vi do appuntamento al prossimo incontro.

 

TERZA LEZIONE-INCONTRO – TERZO ELEMENTO: IL FUOCO

Questo terzo incontro è dedicato al fuoco, caratterizzato dalla capacità di distruggere e creare allo stesso tempo essendo la sua funzione quella della trasformazione. Vediamo ad es. cosa succede in noi quando mangiamo: i succhi gastrici prodotti dallo stomaco distruggono il cibo che vi abbiamo introdotto, trasformandolo in energia. Si tratta dunque di una funzione energetizzante svolta dal “fuoco interno” grazie alla sua capacità trasmutante, dove la funzione distruttiva e quella creativa si presentano intimamente collegate.

A livello psichico queste caratteristiche si manifestano in attitudini quali, da un lato, l’aggressività e il coraggio, la forza e la rabbia, la ricerca del rischio e della sfida, ma dall’altro anche in attitudini quali la saggezza e la temperanza perché questa aggressività è rivolta a un fine essenziale come quello del mantenimento della vita realizzato attraverso la capacità trasmutante.

Iconograficamente, queste premesse si traducono in un simbolo specifico: il triangolo con la punta rivolta in alto, che è anche il simbolo del maschile, essendo invece simbolo del femminile il triangolo con la punta rivolta in basso. Questo simbolo non fa che ribadire le componenti collegate alla forza esplicita e diretta, quella dell’aggressività, peculiari di questo elemento.

 

Fig 12 triangolo a punta in su

Per tradurre tutto ciò in posizioni yoga ho scelto anzitutto la contrapposizione tra “fuoco esterno”, quello cosmico e di natura maschile, e “fuoco interiore”, quello che avvertiamo in noi e che rimanda a una dimensione più intima e più personale, quindi più relata al femminile. Propongo poi una seconda contrapposizione, quella tra la rappresentazione di un grande eroe guerriero, Virabhadra, e quella dell’adepto, deferente nella sua postura di raccoglimento e chiusura.

Ci mettiamo in piedi per eseguire la posizione di bhava, che allude alla dimensione cosmica del fuoco. Spostiamo l’attenzione sulla gamba destra; quando sentiamo che tutto il peso del corpo grava su questa gamba, solleviamo entrambe le braccia all’altezza delle spalle assieme alla gamba sinistra, con il ginocchio piegato. Questa è la versione parziale; per completarla portiamo le mani con le dita intrecciate al ginocchio sinistro e solleviamo con forza il ginocchio, contemporaneamente scendiamo con la fronte per farvela appoggiare.

Per scioglierla, inspiriamo, espirando riportiamo al tappeto il piede sinistro.

Ripetiamo sull’altro lato: spostiamo il peso del corpo sulla gamba sinistra, solleviamo le braccia all’altezza delle spalle, assieme alla gamba destra piegata, con il polpaccio perpendicolare al pavimento. Dopo qualche respirazione completiamo la posizione: con le mani solleviamo il ginocchio destro mentre scendiamo con la fronte in modo da congiungerli.

 

Fig 13 posiz di bhava

Integriamo questa posizione relata al maschile con una più relata al femminile, svaha, in cui il protagonista è sempre il fuoco. A piedi aperti poco più della misura delle spalle, portiamo le mani all’ombelico per prendere contatto con la dimensione fisica e interiore del fuoco; con un’inspirazione ci proiettiamo verso l’alto mentre, espirando,  ci abbassiamo piegando le ginocchia per portare i gomiti ad appoggiare alle ginocchia stesse. Mantenendo la posizione sentiamo la respirazione addominale. Per sciogliere, inspirando ci solleviamo raddrizzando le ginocchia, espirando riportiamo le braccia ai fianchi.

 

Fig 14 posiz di svaha

Apriamo bene le gambe e ci prepariamo alla posizione di Virabhadra, il grande eroe guerriero. Con l’inspirazione ruotiamo sul tallone sinistro, con l’espirazione pieghiamo il ginocchio sinistro e portiamo alla coscia sinistra la punta delle mani unite con i pollici sovrapposti. Con una nuova inspirazione solleviamo le braccia puntando le mani dritte al cielo, mentre con l’espiro lasciamo cadere all’indietro la testa. Il corpo è impegnato in un notevole sforzo: è come se le mani brandissero una pesante spada, pronte a colpire l’avversario; perciò tutti i muscoli devono essere sotto controllo e sotto pressione. Per sciogliere: inspiriamo, espirando rialziamo la testa e riportiamo giù le braccia, raddrizziamo il ginocchio e ruotiamo la gamba sul tallone sinistro.

Per compensare, con un’inspirazione ruotiamo sul tallone destro, espirando pieghiamo il ginocchio destro e portiamo la punta delle mani unite con i pollici sovrapposti alla coscia destra. Inspirando solleviamo le braccia, espirando lasciamo ricadere all’indietro la testa. Di nuovo il corpo è completamente impegnato in un grosso sforzo, che si estrinseca nella proiezione verso l’alto, verso il cielo, tipica del maschile. Per sciogliere, dopo un’ultima profonda inspirazione, espirando rialziamo la testa e abbassiamo le braccia, raddrizziamo il ginocchio destro e ruotiamo sul tallone destro.

 

Fig 15 posiz di Virabhadra

Per completare questa serie di posizioni relate al fuoco, torniamo al femminile con la posizione dell’adepto. Andiamo al tappeto con una posizione intermedia, la bilancia: spostiamo il peso del corpo sulla punta dei piedi, i talloni ben sollevati, la mani appoggiate alle ginocchia, lo sguardo fisso su un punto. Da segnalare che, facendo convergere tutte le tensioni sull’ombelico, anche la bilancia è una posizione di fuoco.

Per costruire l’adepto sediamo sui talloni, uniamo le mani e le appoggiamo al tappeto, portiamo la fronte ai pollici in tensione, sollevati verso l’alto. Entriamo nella dimensione del raccoglimento, della chiusura, dell’introversione: tutte caratteristiche del femminile riunite in questa posizione, peraltro molto confortevole e molto adatta alla concentrazione. Rimaniamo nell’immobilità: “Quando il corpo riposa anche la mente riposa” dice il saggio.

Per sciogliere, inspirando solleviamo il capo e il busto, espirando ci sediamo sui talloni.

 

Fig 16 posiz dell’adepto

Completiamo il contatto con l’elemento fuoco con la respirazione del mantice: come il mantice riesce ad attizzare la fiamma nel camino, così questo tipo di respirazione riesce ad attivare il fuoco interno. Perciò è localizzata nell’ombelico e prevede un grosso impegno delle pareti addominali sia nell’inspiro che nell’espiro. Ci sediamo nel gesto della conoscenza: ci concentriamo sul triangolo disegnato dalle gambe, raddrizziamo la schiena seguendo l’asse della colonna vertebrale, portiamo l’attenzione all’ombelico. Eseguiamo delle respirazioni molto energiche e anche rumorose, che spingono in dentro e in fuori l’addome seguendo l’alternarsi di inspiro e di espiro, finchè non diventa troppo forte la vertigine dovuta all’incremento di ossigeno conseguente all’iperventilazione. A questo punto sospendiamo la respirazione forzata e ci lasciamo come respirare.

Chiudiamo gli occhi ed entriamo in una dimensione di sospensione favorevole alla concentrazione: con gli occhi della mente visualizziamo un triangolo con la punta rivolta in alto su cui concentriamo l’attenzione. Se riusciamo a concentrarci bene, i nostri occhi vedranno uno sfondo color rosso su cui si staglia la forma del triangolo. Osserviamone forma e colore per allontanare gli altri pensieri e fissarla sulla dimensione del fuoco. Portiamo le mani, prima la sinistra poi la destra, all’ombelico e prendiamo fisicamente contatto con la parte del nostro corpo dove risiede il fuoco interno. Gli altri pensieri lasciano progressivamente tutto lo spazio a quest’idea.

Per sospendere la concentrazione,  dopo una profonda inspirazione, espirando riportiamo le mani alle ginocchia e ci prepariamo al saluto. Uniamo le mani e sfioriamo con la punta delle dita il pavimento: ringraziamo la terra per il sostegno che ci ha offerto; inspirando  solleviamo le mani al cielo e lo ringraziamo per l’illuminazione che ci ha concesso, espirando  le abbassiamo sfiorando la fronte, il cuore: ARI OM.

Io vi ringrazio dell’attenzione e vi do appuntamento al prossimo incontro.

 

QUARTA LEZIONE-INCONTRO – QUARTO ELEMENTO: L’ARIA

Oggi puntiamo l’attenzione sull’elemento aria, che presenta caratteri molto diversi rispetto ai precedenti.

Perché? Perché l’aria ci introduce in un nuovo universo: se con i primi tre elementi abbiamo avuto a che fare con la concretezza e la tangibilità, con l’aria invece possiamo oltrepassare la dimensione più grossolana della materialità per entrare in una dimensione più sottile, definibile in termini di immanenza,  cioè di ciò che ha a che fare direttamente o indirettamente con la componente spirituale dell’esperienza.

In ogni caso, l’aria allude a tutto quanto sta su, in alto: l’aria è il cielo, contrapposto alla terra, che invece sta in basso.

Un equivoco da chiarire: ciò non significa che il cielo sia meglio. Al contrario, terra e cielo sono due dimensioni polari, che trovano significato solo nella loro capacità di incontrarsi, cioè nella sinergia che scaturisce dalla loro integrazione. La pratica yoga avrà senso se è in grado di tenere insieme terra e cielo; se invece sarà sbilanciata o troppo verso la terra o troppo verso il cielo non sarà affatto produttiva.

A livello psichico, la dimensione dell’aria allude a quelle predisposizioni che hanno a che fare con il senso etico e con la morale, cioè con la capacità di darsi dei progetti e di realizzarli, e dunque di porsi regole e norme. Se l’elemento  terra è guidato dal principio del piacere, l’elemento aria si regge sul principio di realtà secondo cui, per ottenere un determinato risultato, occorre elaborare una strategia coerente. Del resto alla terra afferiscono gli istinti e il caos che sempre li accompagna, mentre l’aria è la dimensione della razionalità e dell’ordine logico.

A livello simbolico, l’aria è rappresentata da una semisfera chiusa in alto da una retta, figura che è la somma di quelle precedenti: la rotondità del cerchio (l’acqua) e la rettilinearità dei lati del quadrato (la terra) e del triangolo (il fuoco). Anche a questo livello dunque l’aria riassume tutto quanto l’ha preceduta per aprirci a una nuova dimensione.

 

Fig 17 semisfera

A livello di pratica yoga come si esprime questa dimensione aerea? Ho scelto quattro posizioni: come al solito, due di segno più maschile, altre due di segno più femminile. In genere, le posizioni relate all’aria sono comunque caratterizzate dal fatto che le braccia svolgono un ruolo fondamentale: non a caso l’elemento aria corrisponde ad Anahata, il chakra del cuore, che ha come organo di azione proprio le braccia e le mani.

La prima posizione è quella del pilastro, di segno più maschile. Per costruirla ci stendiamo con la schiena al tappeto; è interessante notare che in questa posizione il contatto con il cielo si realizza con le gambe e i piedi, organi di azione della terra, dato che può essere letto come ennesimo richiamo alla necessità dell’integrazione degli opposti. Per scendere al tappeto ci teniamo la testa con entrambe le mani per distendere la colonna vertebrale senza traumi. Una volta distesi, cerchiamo di annullare le curve della colonna vertebrale stessa: anzitutto quella a livello lombare e poi quella a livello cervicale. L’inspiro ci solleva allo stesso tempo braccia e gambe: il problema è mantenere le gambe rigide: proviamo! Dobbiamo cercare la perpendicolarità delle braccia e delle gambe, poi raddrizzare piedi e mani come per offrire un appoggio al cielo. Per  sciogliere, dopo una profonda inspirazione, espirando lentamente usciamo dalla posizione.

 

Fig 18 posiz del pilastro

Ci mettiamo in ginocchio per eseguire la posizione di Kakini, una divinità induista: questa posizione, di segno più femmnile, è anche definita in relazione a un uccello e diventa il corvo femmina. Ci sediamo sui talloni e stendiamo le braccia, protagoniste di queste posizioni, all’indietro in modo da avvicinare il più possibile le scapole tra loro. Poi scendiamo portando il vertice del capo al tappeto. Con l’aiuto delle mani solleviamo i piedi e portiamo i talloni ad appoggiare alle natiche. Rimaniamo immobili: per scioglierla, inspiriamo, espirando lasciamo la presa delle mani e lentamente, molto lentamente, risolleviamo il busto e la testa.

 

 Fig 19 posiz di Kakini

Un’altra posizione d’aria, di segno maschile, è il vascello. Perché il vascello? Perché è l’imbarcazione che si distingue per avere le vele, che, sfruttando il contatto con l’aria, fanno muovere l’imbarcazione. Siamo seduti con le braccia intorno alle ginocchia: per eseguire il vascello dobbiamo rimanere in equilibrio sull’osso sacro, estendendo le braccia in alto e le gambe in avanti. Per sciogliere: inspiriamo e con un lento espiro  riportiamo le gambe e le mani al tappeto.

 

Fig 20 posiz del vascello

Lentamente ci alziamo in piedi per eseguire il gabbiano, altra posizione ispirata a un uccello e versione più al femminile del contatto con l’aria. Uniamo i piedi, inspiriamo, solleviamo le braccia all’indietro, spingiamo in fuori lo sterno avvicinando le scapole ed esponendo bene il viso guardiamo in avanti proprio come un uccello in volo. Più teniamo la posizione più perdiamo il contatto con le gambe e i piedi, proprio come se stessimo volando; tenuta a lungo e concentrando l’attenzione sulle braccia e sul busto toglie la sensazione di appoggio alla terra, trasformando le braccia in ali proprio come se stessimo volando. Per sciogliere, inspiriamo e nell’espirare raddrizziamo la schiena e riportiamo le braccia ai fianchi.

 

Fig 21 posiz del gabbiano

Ci sediamo per l’esercizio di controllo del respiro: questo  pranayama è ispirato al vento e si chiama appunto respiro del vento. Ha una particolarità: si inspira con il naso, ma si espira con la bocca, simulando il sibilo del vento.

Andiamo nel gesto della conoscenza, portiamo l’attenzione al triangolo disegnato dalle gambe. Entriamo nella tridimensionalità spostando l’attenzione sulla colonna vertebrale. Tranquillizziamo il cuore e cominciamo il respiro del vento. Dopo alcuni minuti sospendiamo il pranayama: ci lasciamo respirare e spostiamo l’attenzione sulla mezza sfera chiusa da una retta, la figura che rappresenta l’aria. Gli occhi della mente vedono questa figura, l’osservano e la fissano finchè i pensieri che di solito albergano nella mente ci lasciano e si dissolvono nel vuoto. Alla prossima inspirazione, espirando riapriamo gli occhi.

Ci prepariamo al saluto. Uniamo le mani e sfioriamo con la punta delle dita il pavimento: ringraziamo la terra per il sostegno che ci ha offerto; inspirando  solleviamo le mani al cielo e lo ringraziamo per l’illuminazione che ci ha concesso, espirando  le abbassiamo sfiorando la fronte, il cuore: ARI OM.

Io vi ringrazio dell’attenzione e vi do appuntamento al prossimo incontro.

 

QUINTA LEZIONE-INCONTRO – QUINTO ELEMENTO: L’ETERE

Oggi vediamo l’ultimo elemento, il quinto: l’etere . E’ l’elemento dai confini meno definiti poiché si riferisce alla dimensione spaziale, che contiene tutta la manifestazione. E’ il macrocosmo che contiene le varie individualità, le varie espressioni della manifestazione. E’ dunque la dimensione dove si realizza il confronto diretto tra macro e micro-cosmo, dove è concentrata l’energia primordiale, quell’energia che ha permesso l’inizio del tutto e che lo mantiene attraverso i cicli di distruzione e di nuova creazione.

Per un percorso evolutivo è importante entrare in contatto con questa dimensione: ed è proprio questa l’operazione che fa lo yoga. In tutti noi esistono infatti dei segnali precisi che ci dicono che gli stessi ritmi che regolano l’universo regolano anche il nostro essere, la nostra esistenza, il nostro organismo. Un esempio per tutti: il ciclo mestruale è esattamente corrispondente alla fase lunare: 28 giorni l’uno, 28 giorni l’altra. Ciò significa che il movimento dei mari e degli oceani risponde alla stessa logica di funzionamento delle acque interne.

A livello di simbologia questo elemento è rappresentato da una goccia, mentre nel sistema dei chakra corrisponde a quelli più alti: Ajna, il sesto chakra, che sta al centro del cervello in corrispondenza dell’unione delle due sopracciglia,  e Sahasrara, il settimo, che regola proprio la continuità del microcosmo con il macrocosmo. Il quinto, Vishuddha, è un chakra di passaggio poiché mette in connessione gli elementi che hanno a che fare con la dimensione concreta e quelli che hanno a che fare con la dimensione più immateriale dell’esistenza.

 

Fig 22 figura di una goccia

Per entrare in contatto con il quinto elemento abbiamo a disposizione anzitutto alcune posizioni yoga: sirsasana e kapalasana. Entrambe hanno la funzione di stimolare in particolare il settimo chakra, detto anche “fontana della vita” o “punto di Brahma”, quella piccola apertura, che nei neonati esiste realmente e rimane aperta fino al settimo/ottavo mese: la si può immaginare come il foro attraverso cui entra in noi l’energia vitale al momento della nascita e fuoriesce al momento della morte fisica.

Sono posizioni piuttosto azzardate, che pretendono una preparazione adeguata e non si possono improvvisare. Vediamo alcune indicazioni per costruirle al meglio anche se, ripeto,  è consigliabile la presenza di qualcuno esperto per completarne l’esecuzione.

Partiamo da kapalasana (posizione del cranio), la più facile da costruire, ma anche la più difficile da mantenere perché trasferisce tutto il peso del corpo sulle vertebre cervicali. Entrambe sono comunque posizioni sconsigliate a persone con problemi alle vertebre cervicali poiché comportano una notevole compressione di questa sezione della colonna vertebrale. In ogni manuale di pratica yoga sono ribadite queste avvertenze.

Ci mettiamo in ginocchio e portiamo la testa al tappeto e costruiamo un triangolo equilatero, che avrà come angoli la testa e le due mani. Puntiamo i piedi, solleviamo le ginocchia e avanziamo a piccoli passi per portare il ginocchio sinistro sul gomito sinistro e il ginocchio destro sul gomito destro. Questa è la posizione parziale, che è già un buon risultato essendo il corpo in buona parte sollevato da terra e capovolto. Per  completare, aiutati da un’energica inspirazione, solleviamo le gambe portandole perpendicolari al pavimento, espirando ci assestiamo nell’equilibrio. Per sciogliere, inspiriamo, espirando abbassiamo le gambe riportando piedi e ginocchia al tappeto. Attenzione a non sollevare il capo immediatamente; andiamo nella posizione della devozione: facciamo scivolare le mani in avanti e appoggiamo la fronte al tappeto  per stirare la colonna vertebrale e distendere in particolare le vertebre cervicali. Poi ritiriamo le mani e le portiamo all’altezza dei piedi nella posizione di una foglia secca caduta. Ci rilassiamo sospendendo quasi la respirazione.

 

Fig 23 posiz di kapalasana

Rispetto a kapalasana, sirsasana (posizione sulla testa) è più facile da mantenere ma più difficile da costruire: il vantaggio è che comporta un minor  impegno delle vertebre cervicali poiché sfrutta la forza delle braccia. Per costruirla, intrecciamo le dita e portiamo il vertice del capo al tappeto in modo che la testa sia contenuta dalle mani.  Puntiamo i piedi e con una spinta sostenuta da un’inspirazione solleviamo le gambe verticali al pavimento. Cerchiamo di sfruttare la forza delle braccia per mantenere l’equilibrio. Per sciogliere, inspiriamo, espirando pieghiamo le ginocchia e riportiamo le gambe e i piedi al tappeto. Possiamo riposare nella posizione dell’adepto: uniamo le mani e appoggiamo la fronte ai due pollici tenuti dritti verso l’alto.

 

Fig 24 posiz di sirsasana

Un’altra posizione che va a stimolare l’elemento etere è quella del  loto . Nel costruirla facciamo attenzione ai legamenti delle ginocchia, sottoposti a una forte tensione. Possiamo partire dal mezzo loto, portando all’inguine uno dei due piedi, quello che si colloca con minor sforzo, mentre appoggiamo l’altro sulla coscia opposta, nel mio caso porto il piede destro ad appoggiare alla coscia sinistra. L’importante è arrivare a esporre la pianta del piede, rivolgendola verso l’alto. Andiamo nel gesto della conoscenza ed abbiamo realizzato un’ottima posizione per meditare.

Per completare il loto (padmasana), tiriamo fuori l’altro piede, nel mio caso il sinistro, e lo portiamo sulla coscia opposta. Questa posizione favorisce la concentrazione perché blocca la circolazione del sangue nelle gambe, favorendone un maggior afflusso al cervello con maggior ossigenazione e dunque mutazione dello stato di coscienza. Attenzione: questa posizione è sconsigliata a chi ha problemi di circolazione alle gambe.

 

Fig 25 posiz del loto

Il pranayama  adatto a stimolare questo elemento è la respirazione impercettibile, grazie a cui possiamo limitare al massimo l’attività sia di inspiro che di espiro. La eseguiamo per alcuni minuti, a occhi chiusi e concentrando il pensiero sulla forma-simbolo del quinto elemento: la goccia. Questo esercizio serve a liberare la mente dagli automatismi del quotidiano e a portarla a contatto con la dimensione delle energie sottili. L’importante è tornare poi alla terra, in contatto con le energie materiche e grossolane dell’esperienza.

Per uscire dalla concentrazione, inspiriamo ed espirando lentamente sciogliamo il loto e torniamo a una posizione seduta facile e confortevole.

Ci prepariamo al saluto. Uniamo le mani e sfioriamo con la punta delle dita il pavimento: ringraziamo la terra per il sostegno che ci ha offerto; inspirando  solleviamo le mani al cielo e lo ringraziamo per l’illuminazione che ci ha concesso, espirando  le abbassiamo sfiorando la fronte, il cuore: ARI OM.

Io vi ringrazio dell’attenzione che mi avete riservato in questi incontri. Grazie!