Arcano Mare

di Gianni Lodi

Ho sempre provato una sorta di fascinazione per tutto quanto si presenta in forma di rifiuto, sia che si  tratti di cose che di persone. Questo atteggiamento in parte deriva dalle mie origini contadine: nelle campagne in cui sono cresciuto niente e nessuno andava sprecato e tutto trovava modo di essere utilizzato.

Ma sono convinto che ci sia comunque anche qualcosa di innato, che distingue il mondo dello spreco dal mondo della parsimonia.

Purtroppo, in questo momento storico, mi sembra abbia prevalso il primo: il consumismo, di cui già negli anni Sessanta si denunciavano gli effetti perversi, continua infatti a dominare i comportamenti diffusi, nonostante lo sviluppo di una cultura dell’ambiente, che sollecita un uso razionale delle risorse.

Quando, circa dieci anni fa, sono approdato a Framura, uno strano luogo/non luogo del Levante ligure, tra le altre cose, sono rimasto molto colpito dall’Arena, la vera spiaggia di questo piccolo borgo di mare.

Per uno strano gioco di correnti, a questa spiaggia approda ogni sorta di rottame: legni, plastiche, funi, teli, ferri, lamiere, giocattoli, scarpe, contenitori di ogni genere, ecc.

Ho cominciato a raccogliere quelli che suscitavano in me qualche sorta di emozione, dalla ripulsa allo stupore e alla curiosita`.

A un certo punto, soprattutto sollecitato dal lavoro artistico di alcune amiche, che utilizzavano materiali inusuali come la passamaneria e i bottoni, il ferro e la carta nepalese, ho provato ad assemblare alcuni di questi reperti, facendomi trasportare dal loro potere evocativo, realizzando delle combinazioni che i materiali stessi sembravano suggerirmi.

Mi sono così ritrovato in uno strano universo, abitato da figure a volte rasserenanti, a volte inquietanti: bucrani, trofei di caccia, teste di cavalli alati, totem composti, minotauri, incerti profili umani, arazzi squassati da lacerazioni reali e simboliche insieme.

Il mio “fare arte” si basa dunque sul riuso di materiali reietti, gli oggetti della quotidianità, che il mare ruba alla terra per poi restituirli segnati dalla sua forza dirompente. Il tentativo e` di scoprire il potenziale espressivo racchiuso nelle cose di uso comune, di cui ci disfiamo quando non ci servono più: gli scarti e i rifiuti vengono cosi` ad assumere le sembianze approssimative ma seducenti della “bellezza” primitiva, allo stesso tempo essenziale e ridondante.

Oltre che rafforzare quella nuova cultura del rifiuto necessaria a contenere lo spreco di materie prime e di energia, questo approccio credo possa sollecitare anche un modo diverso di guardare alle persone socialmente ai margini. In una societa’ competitiva come la nostra, esse rischiano spesso di condividere lo stesso destino riservato alle cose vecchie: buttate via come spazzatura, e tenute lontane per il disagio che suscitano.