Arte a Leonia. Il caso Lodi

Arte a Leonia[1]. Il caso Lodi
di Raffaella Fontanarossa

Gianni Lodi è lo stralunato visitatore delle nostre città-pattumiera. E’ un artista errante, in ricerca. La sua meta è qui, vicino a noi, perché Lodi non si interessa di paesi esotici, né di facili prede. Perché sa che lo snobismo è dietro l’angolo, che il viaggiatore occidentale, anche quello più smaliziato, è sempre a caccia dell’ultimo trend; sia esso un sandalo con suola di copertone Pirelli -quello che i bambini brasiliani delle favelas indossano loro malgrado ogni giorno- o il giocattolo etnico, confezionato per i nostri figli dai bambini poveri dell’altro continente. Il baratro del consumismo sfrenato mascherato sotto l’etichetta buona del riciclo e del riutilizzo va, se possibile, allontanato. Ecco perché Lodi si muove nel quotidiano, nel trash della porta accanto, nell’immondezzaio dietro l’angolo dove non c’è bisogno del setaccio per recuperare i pezzi che comporranno le sue opere ma semmai di una lente che mette tutto sullo stesso piano, restituendo a ogni cosa un po’ di dignità. A Lodi preme soprattutto contestualizzare il suo lavoro relazionandosi con il territorio dove è chiamato a operare.  Per fare questo c’è bisogno di tempo. Che poi è anche un buon antidoto alla frenesia usa e getta caratteristica del vivere consumistico, del sogno americano al nylon. Gianni ha individuato uno straordinario giacimento sotto casa, a Framura, nella spiaggia detta…… , e alla torre carolingia di Costa, non a caso, ha allestito nell’estate del 2001 la sua prima mostra[2].

Come il Piccolo Principe di  Saint-Exupéry, Gianni, aspettando un tramonto e l’altro, s’è preso a cura la risacca che ogni sera, in cambio, gli regala storie fantastiche. Ogni scarto che arriva è un concentrato di ricordi-indizio; qualche volta la marea ci impiega giorni interi a far arrivare a terra il pezzo giusto, ma quando questo accade l’opera è compiuta. Come nell’ultima serie, quella delle gambe mozzate, dei tronchi acefali, delle scarpe spaiate. Non c’è un criterio prestabilito. A volte si trova giù all’arenile la caviglia, poi, dopo mesi, per strada s’incontra anche la sua scarpa, magari sul bordo di un’aiuola sotto la torre Velasca a Milano. Il caso rende tutto ancora più sorprendente e, conoscendo Gianni, magico. Come quel tronco levigato, poco più di un busto di bambino, arrivato a Framura d’inverno e la mimetica che lo ha vestito come un guanto, ritrovata non lontano il giorno di Carnevale, lungo il letto della Magra nei pressi di Ameglia. E’ una microgeografia che cambia continuamente: la spiaggia-pattumiera si carica di scogli di plastica, soffoca tra montagne di tronchi e non di rado sprofonda perfino sotto i container che qualche nave ha perso, in navigazione, verso il grande porto mercantile della Spezia.

Da una parte c’è la cognizione della Land Art americana e il fascino delle esperienze di Arte ambientale in corso, numerose, in tutta Europa. Dall’altra la Trash Art che verrà alla mente scorrendo le sculture di Lodi, è stata poi addirittura una moda, soprattutto dopo la mostra di Trento, curata da Lea Vergine (1997). Come per gli artisti di Trento, anche con Lodi i rifiuti diventano arte. Ma non è tutto. L’assemblaggio dei rifiuti e la loro ricollocazione nell’ambiente che li ha prodotti assegna loro un ruolo nuovo e decisivo, la risposta estetica al mondo degli spreconi. L’arte come l’unica garanzia di fronte alla discarica che ci sommerge tutti, incapaci di ridurre, se non altrimenti aiutati da un poeta, da un artista, il cumulo di mondezze -un chilo a testa- che rigurgitiamo un po’ dove ci capita, mediamente una volta al dì.  In attesa che la comunità scientifica ci consegni una valida alternativa al forno inceritore e le ultimissime tecnologie al plasma facciano pari con l’economia, le opere di Gianni Lodi sono già pronte: una risposta chiara.

Non che la novità sia l’ Eco-Art; è che l’idea dell’utilizzo di materiali poveri e riciclati, in arte come in design, ha avuto giustamente un successo modesto, legato ancora una volta alla novità e al suo consumo. Gli esempi sono tanti, dall’eco-moda ai pallet proposti da varie ditte in forma di costosissimi scolapiatti. Che dire delle lodevoli campagne ambientaliste che tentano invano di inculcare a Walt Street il sapere contadino imponendo ai broker le istruzioni su come fare il compost. Niente di più aberrante, se è vero come è vero che la raccolta differenziata rimane una chimera. Diteci come si può solo immaginare di dividere la carta dal vetro dall’umido quando si ha in tasca un telefono cellulare dotato di vari elementi (caricabatteria, tastiera, ecc.) rigorosamente a stampaggio unico, per rimuovere il concetto stesso di manutenzione? E’ dunque la prospettiva culturale che va cambiata, senza patetici ritorni da “mulino bianco” o, se si preferisce, da “fattoria scaldasole”. Lodi suggerisce una strada inedita, concreta e visibile insinuando fra tutti noi bulimici sculture arcaiche e rivoluzionarie.

Chiavari, 24 marzo 2003

[1] “La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni (…) più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove (…)”. La città-pattumiera di Leonia è una descrizione immaginaria di Italo Calvino (Le città invisibili, Milano, 1993 pp. 113-115).
[2] Arcano mare. Sculture di Gianni Lodi, torre carolingia di Costa (Framura, La Spezia), 19 agosto-…..2001, con testo…..

Raffaella Fontanarossa. Dopo gli studi di storia dell’arte Medievale e Moderna a Bologna (1996), con specializzazione a Firenze (2000), e perfezionamento a Roma, ha pubblicato diversi saggi sulla pitture ligure-lombarda tra Quattro e Cinquecento. Si occupa di catalogazione dei beni culturali nel territorio intorno a Chiavari, dove vive, e dove è anche curatrice della Fondazione Gianfranco Zappettini per l’arte contemporanea. E’ corrispondente del più importante dizionario biografico degli artisti, le Allgemeines Künstler-Lexikon e dell’Istituto Enciclopedico Treccani. Iscritta all’ordine dei giornalisti, collabora dal ‘97 con La Repubblica.