Introduzione

di Massimo Maugeri

Oggetti consumati restituiti dal mare, frammenti di plastica, di metallo, indumenti abbandonati, la rappresentazione di una società che abbandona contrapposta alla volontà di ricostruire.

Queste sono le opere di G. Lodi, un segnale forte, un urlo contro lo spreco, contro la cultura dell’abbandono inteso non solo come il rifiuto degli oggetti.

Il mare come soggetto attivo delle sue opere; la natura che rifiuta e restituisce ciò che l’uomo abbandona o peggio getta inconsapevolmente in questo enorme contenitore d’acqua.

Il contesto dei paesaggi e dei luoghi che diventano parte integrante delle sue opere.

L’opera di Lodi, rappresenta (contestualizzata in questo preciso momento storico) il luogo e il non luogo.

Il luogo della raccolta delle idee e dei materiali che si trasferisce su un non luogo di esposizione dove lo spazio, si neutralizza nella materia e nelle opere di G.Lodi.

La ricerca dell’archetipo attraverso oggetti senza alcun valore apparente.

Storie di oggetti restituiti dalla natura che appartengono a piccole storie di uomini.

Non so se Lodi voglia avere la presunzione di voler denunciare tutto questo ma le sue opere esprimono un senso di denuncia sociale e di ricerca di valorizzazione ambientale ed umana.

L’urlo contro per un qualcosa di diverso e nuovo che parte dal contesto.

Far rivivere oggetti dimenticati per ricostruire un percorso di valorizzazione delle opportunità che l’uomo spesso non sa vedere.

Ricercare attraverso degli oggetti un mondo nuovo, rivolto alla persona quasi a voler trasferire il suo mestiere (socio psicologo) nelle sue opere.

Le ultime opere di G. Lodi, gambe abbandonate spaiate e soprattutto singole, ricordano la guerra, riportano alle immagini di bimbi martoriati dalle mine, l’ennesima denuncia, non certo l’ultima che volontariamente o involontariamente, ci offre il lavoro di G. Lodi.