Antica Cereria Bancalari | 2010

Video realizzato nel 2010 in collaborazione con Francesco Tassara.

 

CERERIA BANCALARI

di Gianni Lodi

CHIAVARI 14.12.2013

La Cereria Bancalari è stata aperta nel 1592: entrandovi oggi si coglie tutto l’impatto di questi quattro secoli trascorsi da allora. Nel sito dell’azienda si segnala che la fondazione della Cereria è avvenuta esattamente 100 anni dopo la scoperta dell’America (1492). Si può aggiungere che è avvenuta anche dopo 75 anni dall’inizio della Riforma Protestante, quando nel 1517 Martin Lutero affigge le sue 95 tesi nella Cattedrale di Wittenberg. Guardando in avanti, cioè al 1653, anno in cui venne decapitato Carlo I° d’Inghilterra, si può dire che questa fondazione avviene 57 anni prima della Rivoluzione Inglese di Oliver Cromwell, che dura solo 4 anni, ma anticipa in pieno la Rivoluzione Francese del 1789. Insomma, mettendo piede in questi spazi, molto suggestivi anche dal punto di vista architettonico, si respirano gli umori che stanno alla base della ns contemporaneità: scoperta dell’America, Riforma protestante e Sistema Democratico sono i fattori che, insieme alle nuove tecnologie consentite dallo sfruttamento del vapore, ci hanno portato a quella Rivoluzione Industriale, che ha mutato per sempre la storia dell’umanità.

Uscendo dalla Cereria, oltre a poter ammirare i resti delle antiche fortificazioni, ci si immerge nella contemporaneità fatta di globalizzazione e di crisi del modello occidentale di sviluppo a favore di altri modelli, come quello dei BRICS (brasile russia india cina sudafrica) , paesi che sembrano i più adatti oggi a consentire il proseguimento dello sviluppo economico.

Ma allora perché ipotizzare la sopravvivenza di una realtà ‘obsoleta’ come quella della Cereria Bancalari? Perché gli esiti della crisi che stiamo attraversando non sono del tutto scontati. E’ vero che alcune delle linee guida del futuro sembrano irreversibili : mi riferisco alle produzioni basate sulla parcellizzazione del lavoro: un es 10 anni fa in Italia si producevano 7milioni e mezzo di frigoriferi, oggi solo 2 milioni, a Torino gli addetti alla produzione industriale erano 150mila, oggi sono 10mila: è chiaro che ci sono realtà più idonee a questo tipo di produzioni, per noi inaccettabili, almeno per il momento visto che negli USA si comincia a rinunciare a delocalizzare in quanto cominciano ad essere accettati salari e condizioni non dissimili da quelle vigenti in Indonesia, in Bangladesh o nella Cina stessa (altro fenomeno è quello delle imprese cinesi che operano in Occidente: vedi Prato).

In un tale scenario cosa rimane da fare a noi occidentali, e in particolare a noi italiani? Una prima possibilità è delineata da Richard Sennett, sociologo alla New York University e alla London School of Economics, che nel 2008 pubblica ‘L’uomo artigiano’ in cui, partendo dall’esperienza storica di tipografi, liutai, orologiai, costruttori di ponti, orafi ecc, individua una spinta insopprimibile dell’umano: il voler far bene le cose per il proprio piacere, per quel bisogno innato di ricompensa emotiva, che ci procura lo svolgere al meglio un lavoro. Questo impulso è tipico dell’artigiano: dagli ingegneri romani costruttori di ponti tuttora funzionanti agli amanuensi e ai primi tipografi, la storia è piena di testimonianze significative. Questo atteggiamento è stato messo in crisi dalla rivoluzione industriale che, separando il capitale dalla forza lavoro, ha tolto al lavoratore la possibilità di dare un senso complessivo al proprio intervento nella produzione: vi ricordo la scena esilarante di Tempi Moderni, il film di Chaplin (1936), con il protagonista alle prese con la catena di montaggio.

Certo c’è molto ottimismo in questo programma di Sennett, tipico del resto della cultura americana. La domanda è: possiamo oggi permetterci di ridiventare artigiani? Seguendo Sennett si può rispondere che artigiani forse no, ma post-artigiani forse si! Sennett infatti applica questi principi anche alle nuove tecnologie con l’esempio di LINUX, un software libero e etico, che funziona, ma è alieno dalle strategie di mercato di Apple e Microsoft. L’altra opzione prefigurata da Sennett è che il ‘buon artigiano’, che fa bene il proprio lavoro, non accontentandosi di rimanere alla superficie delle cose e dei problemi ma vuole andare in profondità, è anche destinato a diventare un ‘buon cittadino’, dotato cioè di quella ‘cittadinanza consapevole’, resa superflua dal funzionamento della politica attuale. Di nuovo si può dire troppo ottimismo, è un’americanata: non dimentichiamoci che alla base dei sistemi autoritari ci sono spesso quelle componenti dei ceti medi formate proprio da artigiani. D’altra parte però, in Italia abbiamo avuto l’esperienza di Adriano Olivetti, che risponde perfettamente al modello di Sennett. Negli anni ’60 l’Italia ha avuto una serie di occasioni per diventare una nazione veramente moderna sia a livello economico che culturale e una delle punte di diamante di queste potenzialità era proprio rappresentata da Adriano Olivetti: il primo calcolatore elettronico è stato inventato e progettato all’Olivetti. Poi per la morte di Adriano e per complicazioni politiche e finanziarie, il progetto è stato venduto all’IBM, ma l’idea e la realizzazione del prototipo è tutta italiana.

D’altra parte che alternative ci sono? Continuiamo a usare i film come punti di riferimento. Dopo TEMPI MODERNI, che prospettava le conseguenze del fordismo, si possono citare tre film più recenti, non a caso tutti americani, che mostrano le conseguenze della crisi della grande industria. Sparito l’imprenditore calvinista descritto da Max Weber per il quale il successo negli affari prefigurava la salvezza dopo la morte, superato anche il modello dell’imprenditore-capitalista alla Henry Ford e alla Giovanni Agnelli, che potevano giustificare la propria ricchezza con i miglioramenti portati dal lavoro in fabbrica al resto della popolazione, che trovava nella fabbrica l’occasione per emanciparsi non solo economicamente, ma anche culturalmente (es straordinario di film ‘Rocco e i suoi fratelli’), oggi il modello dominante è quello dell’intreccio perverso tra finanza e imprenditoria per cui gli obiettivi della produzione sono principalmente di natura speculativa. A livello storico va ricordato che ciò è stato favorito dalla cancellazione degli accordi di Bretton Woods del 1944: nel 1971 infatti Richard Nixon, per fronteggiare il disastro economico che si stava profilando per i costi crescenti della guerra in Viet-nam, sganciò il valore del dollaro da quello dell’oro: da allora il valore degli scambi economici è determinato al mercato.

Tre film vi propongo. Il primo è un classico: WALL STREET di Oliver Stone (1987) con Gekko impersonato da M Douglas, che pronuncia almeno due battute memorabili ‘E’ tutta questione di soldi, il resto è conversazione’ e ‘Se vuoi un amico, prenditi un cane’ oltre al monologo di glorificazione dell’avidità, che è ormai entrato nella storia non solo del cinema. Allora questo Gekko incrocia Bud, un giovane che aspira a imitarlo e sembra riuscirci. Ma Bud ha un padre, Carl, che è la perfetta personificazione del post-artigiano di Sennett: lavora in una fabbrica di aerei in crisi. che Gekko vuole utilizzare per l’ennesima speculazione, ma che verrà salvata dalla solida etica di Carl e dalla redenzione del povero Bud, resosi finalmente conto del le storture cui può portare la degenerazione acquisitiva ed egoistica dell’Alta Finanza.

Vi segnalo anche l’ultimo film di Woody Allen, ‘Blue Jasmine’, in cui si osservano le conseguenze nefaste che può avere sul privato la propensione truffaldina di chi opera nella Finanza: è il ritratto della vedova di un broker di successo, finito in carcere (e poi suicida) per la delazione della moglie, che stava per essere abbandonata a favore di una giovane au pair francese.

Infine, ‘The Wolf of Wall Street’, l’ultimo film di Martin Scorsese, a gennaio in Italia e già definito il film più bello del 2013, che ricostruisce le vicende di un giovane broker interpretato da Leonardo Di Caprio. Ciò consente a Scorsese di mettere a fuoco i meccanismi che regolano Wall Street e la finanza in generale. In un intervista il regista dichiara ‘Non capisco molto del mercato, ma penso sia fatto da ladri’ e conclude chiedendosi e chiedendoci ‘La disonestà è accettabile?’.

 

Conseguenze:

  • La più paradossale è che il modello ideale per un giovane che oggi cerca lavoro è diventato il tanto vituperato Fantozzi
  • Disoccupazione, giovanile in particolare
  • Minoritaria: uscita dal mercato del lavoro ufficiale di cui proprio qui in Liguria abbiamo il rappresentante più significativo: Simone Perotti, che pubblica nel 2009 ‘Adesso Basta’, in cui delinea la scelta del ‘downshifting’, cioè la volontaria riduzione delle ore di lavoro e quindi del salario a favore di più tempo libero e di attività più gratificanti, tipiche proprio del post-artigiano. C’è anche un esempio cinese, più recente e geograficamente più significativo: Zhang Xinyu e la moglie Llang Hong, che da miliardari hanno avuto la vita emotivamente sconvolta dal terremoto del Sichuan. Dalla loro esperienza è scaturito il fenomeno delle ‘nude dimissioni’, che rimane l’unica forma di rivolta possibile da parte della generazione ‘paga da fame’, la sola forma di opposizione che il partito-Stato non riesce a punire. A questo punto è inevitabile il richiamo a Serge Latouche e alla sua ipotesi della decrescita.

Guardando le cose più in positivo, c’è anche la possibilità di accettare la sfida del post-artigianato, e qui possiamo cominciare a parlare del futuro della Cereria Bancalari. Questa possibilità si fonda sulla valorizzazione, soprattutto a fini di export, delle peculiarità proprie dell’Italia che sono, secondo Oscar Farinetti, patron di Eataly: il settore agroalimentare, Design e moda, il turismo. Premesso che il valore dell’export italiano è tuttora ragguardevole, si tratta di 500 miliardi di fatturato l’anno, il vero petrolio italiano è l’agroalimentare, che a livello di export vola letteralmente: entro il 2013 realizzerà un fatturato di 35 miliardi, con il solo vino che supera i 5 miliardi ( discorso sul Vermentino).

Ma anche il Design non scherza: realizza un fatturato export di oltre 36 miliardi nel 2013 e aumenta le vendite del 6,4% nei paesi extra UE: Cina USA Giappone Russia.

Nel turismo, l’Italia è al 5° posto per arrivi e al 6° per introiti. Abbiamo il numero più alto di siti Patrimonio dell’Umanità. Il decreto Cultura e Turismo speriamo sia l’occasione per una ripartenza visto che prevede la valorizzazione di siti quali Pompei, Reggia di Caserta, Uffizi, Museo della Shoà a Ferrara.

La Cereria Bancalari rientra a pieno titolo in questa settore: mi ricordo i bellissimi oggetti in cera, non più in produzione. Ma c’è un altro simbolo a Chiavari del design italiano. La sedia di Chiavari, ideata da Gaetano De Scalzi 150 anni fa e arrivata al top del design italiano dopo che, nel 1957, Giò Ponti l’ha ridisegnata impiegando però ben otto anni di studio e sperimentazione. E’ tuttora in produzione da Cassina e potrebbe diventare un simbolo per Chiavari. Sistema città: Bilbao, Cremona, Venezia, Sarzana, Castelli della Loira (i tre castelli del Golfo dei Poeti finalmente consorziati speriamo nel 2014), 5 terre.

Pompei: la mostra al British Museum ha incassato in 6 mesi 8 miliardi. Il visitatore del Louvre spende 15 euro, In Italia 3 euro. La Biblioteque National di Parigi ha una dotazione annua di 254 milioni di euro, la British Library di Londra 160 milioni, la Biblioteca Centrale di Madrid 52 milioni di euro. La Biblioteca Nazionale Centrale di Roma ha un budget di 1 milione e mezzo di euro, quella di Firenze 2 milioni: le biblioteche italiane dispongono in due dell’1,3% delle risorse di quella parigina.