Intervista a Gianni Lodi

Intervista a Gianni Lodi, artista stralunato

 

Nella Sala Ipostile del Castello Doria di Portovenere si è tenuta, per tutto il mese di Agosto, una mostra di sculture e installazioni di Gianni Lodi, che corona una serie di esposizioni cominciata con due mostre alla Torre Carolingia di Framura (Agosto 2001 e Luglio 2002) e sviluppatasi quest’anno al Castello di San Terenzo di Lerici (Giugno 2003) e all’ex Convento delle Clarisse di Levanto (Luglio 2003). Questa fase di intensa attività espositiva si concluderà con altre mostre in programmazione a Manarola e Sarzana da realizzarsi entro l’anno.

Gianni Lodi si presenta come un artista abbastanza anomalo, sia perché ha cominciato tardi questa sua ricerca estetica avendo alle spalle l’attività di sociologo e di insegnante yoga, che comunque continua ad esercitare,  sia per i materiali impiegati: le sue opere infatti sono il risultato dell’assemblaggio di tutto quanto arriva dal mare o, come nelle opere più recenti, si può raccogliere per strada.

In una sorta di “attrazione fatale” per le cose abbandonate o smarrite, Lodi arriva a risultati formali che, nel primo periodo, ricordano le maschere e i totem di  Enrico Baj, realizzati appunto con materiali di recupero quali le passamanerie, i bottoni, tubi di vario materiale ecc; nella fase più recente invece, Lodi sembra rifarsi a quella sorta di “arte della catastrofe”, che, dopo il Palais de Tokio di Parigi e l’ultima Biennale di Venezia, emerge come filone tra i più produttivi dell’arte contemporanea.

Abbiamo posto alcune domande a Gianni Lodi sul significato del suo lavoro.

 

Perché nei suoi lavori utilizza materiali così inusuali?

Il mio “fare arte” si basa sul riuso di  oggetti della quotidianità, che il mare ruba alla terra per restituirli segnati dalla sua forza dirompente. Il  mio tentativo è di svelarne il potenziale espressivo: in sintonia con la filosofia trash,  lo scarto viene così ad assumere le sembianze approssimative ma seducenti della “bellezza” primitiva, essenziale e ridondante insieme. Sfruttando forma e colore, ma soprattutto le capacità evocative degli “oggetti smarriti” in cui incappo nei luoghi e nelle situazioni più imprevedibili, compongo  collages oggettuali, che delinenano un mondo in cui il rapporto  tra attrazione e disgusto, tra arte e non arte (e dunque tra bene  e male) è sovvertito.

Credo che anche nelle cose più repellenti sia riconoscibile un’eleganza trascendente, che sfugge ma non impossibile da cogliere.

Com’è cominciata questa sua attività artistica ?

Quando, circa dieci anni fa sono approdato a Framura, uno strano  luogo/non luogo del Levante ligure, sono rimasto folgorato dall’Arena, una spiaggia dove, per un curioso gioco di  correnti, arriva ogni genere di rottami: funi, teli, ferri, contenitori, lamiere, giocattoli, indumenti, scarpe…

Ho cominciato a raccogliere quelli che suscitavano in me qualche sorta di stupore, e ho provato ad assemblarne alcuni, facendomi trasportare da loro potere metaforico. In breve, mi sono ritrovato in un bizzarro universo abitato da  figure a volte rasserenanti, altre volte inquietanti: bucrani, trofei di caccia, teste di cavalli alati, totem scomposti, possenti minotauri, incerte anatomie umane, arazzi squassati da lacerazioni reali, ma anche simboliche.

Ho provato ad esporle nella  splendida Torre Carolingia di Costa e ho visto che anche gli abitanti di Framura erano colpiti dal mio lavoro di ricupero. Poi ho capito che da sempre nei paesi costieri si sono attinti dal mare i materiali più diversi: dalla legna da ardere ai teli frangisole usciti quest’inverno da un conteiner perso da una nave durante una burrasca.

Capisco quando un’opera è finita se, guardandola, riesce a suscitarmi commozione, commozione per essere riuscito a rigenerare materiali consunti e derelitti, altrimenti destinati al promiscuo falò della discarica.

Come reagisce il pubblico a queste sue provocazioni?

In effetti nessuno resta indifferente. Di recente una giovane signora mi ha confessato di non riuscire a posare lo sguardo su  due opere forti come “11 settembre” e “Naufragio” perché la turbavano troppo. Ma può anche accadere che, davanti ai miei lavori, a volte qualcuno si abbandoni al gioco dei rimandi onirici. Succede quando una particolare sfumatura di una sartia smunta o il residuo smalto di una scatola di latta riescono a far emergere ricordi, sogni, sensazioni lontane, ma non perdute.

La sua è solo una ricerca estetica?

No! Credo infatti che se il rapporto con l’ambiente è oggi un tema cruciale, la diffusione di una nuova “cultura del rifiuto” possa aiutarci non solo a contenere lo spreco di risorse, ma a guardare in modo diverso alle persone socialmente ai margini, che rischiano la stessa sorte riservata ai beni di consumo obsoleti: allontanate con gesti di ripulsa e buttate via come spazzatura.