L’ultima parte del corpo a invecchiare è il cuore | 2017

 

 

Gianni  Lodi

L’ultima parte del corpo a invecchiare e’ il cuore

STORIA DI PAOLA

 

(Partono le note di SOPHISTICATED LADY. L’attrice che impersona Paola arriva alle spalle del pubblico vestita con un abito molto elegante e una pila di cappelli a tesa larga in bilico sulla testa. Raggiunto il palcoscenico, dove sono collocati un separé – al centro -, un manichino vintage sulla destra e una panchina sulla sinistra, si affaccia al proscenio e accenna alcune strofe della canzone. Accompagna il canto con movenze da modella in posa finché la pila dei cappelli va in disequilibrio, rotolando a terra. Li raccoglie, usandoli per disegnare una sorta di percorso a forma di esse, interposto tra lei e il pubblico).

 

PAOLA – Ma vi sembro così sofisticata? Beh, si, in effetti c’ho provato. Ma che fatica! Partivo da lontano, da molto lontano non come la mia amica Claudia, nata comme il faut. Io no, poverina, peggio della piccola fiammiferaia!

La casa in cui sono venuta al mondo, erano i primi anni Quaranta, in una città emiliana ne’ bella né brutta, tutta chiese e caserme, è l’unica che ha resistito alla speculazione edilizia. È ancora lì, in via Maddalena – un nome, un destino! -,  un po’ sbrecciata, ma solida e teneramente uguale a se stessa, capace di ricordare, anche se solo a me, che ci sono nata. E ciò mi commuove, io che ho la lacrima facile (controlla che l’accenno di pianto non le abbia rovinato il rimmel)

Sono contenta di essere nata. Lo ripetevo sempre a mamma Angela. Ogni tanto era presa dal dubbio, povera Angela. Non per mancanza d’amore, per carità, ma perché la vita è difficile: “A l’è un gran tribulé”.

Sono stata partorita in casa, con la levatrice, che non si chiamava ancora ostetrica, aiutata dalla nonna e da una vicina. “Che fatiga a fe’ di fieu!” diceva spesso l’Angela,  ricordando i bicchieri di Bonarda bevuti per vincere la sete e la fatica delle spinte. Finalmente… “l’espulsione di me” in piena guerra mondiale: una bomba uscita dalla sua pancia invece che da un bombardiere alleato.

Ho vissuto in un vero e proprio gineceo: nonna, mamma ed io, tre generazioni a confronto. Un duro confronto.

(Appoggia un cappello evocativo della nonna sull’apice del manichino) –  La nonna, vedova della guerra ‘15-18, rimasta sola a 24 anni con due bimbe ancora piccole. (Ponendo sul manichino una stola di visone simbolo della madre) – Mia madre sposata a Milano, ma già separata dopo due anni con la scusa dei bombardamenti più pericolosi nella grande città: “Arturo, an poss peu ste’ chemò, chemò i seguitan a bumbardè, el sireni tut i mument, in di rifug en se respira pu, ho  pagura e po’ ghe la ragassa, a ghè da prutegirla. Me turn a cà mia. Torno nella mia città dove bombardano meno…torno dalla mamma”, che fu ben felice di accoglierla.

E io? Non so dire se sono stata desiderata o no. Dalle risposte evasive di mia madre forse non era molto chiaro nemmeno a lei. Succede a tante donne: “La voglio, ma non la desidero”….”La desidero, ma non la voglio”. Propendo per la seconda.

Mi amava certo, ma non mi vedeva com’ero: con i miei desideri, i sogni, le curiosità. Aveva una gran paura di perdermi, questo si! Anche l’idea di lasciarmi sola al mondo la terrorizzava. Aveva la responsabilità di sua madre e di me,  ma non le piaceva per niente lavare i piatti, togliere la polvere, rifare i letti, insomma tutto ciò che ha a che fare con la casalinghitudine. Amava invece il suo lavoro: “Cul me lavur av poss mantegn. Dai lavur ad ca’ an tir fora gninta e el dé dopa am tuca ricumincé da cap.”

(Guardando al manichino) – Mia madre era nata in campagna da una famiglia contadina. Aveva capito presto che non avrebbe potuto sopportare le fatiche della terra né tantomeno i doveri della casa. Se ne andò a vivere in città perché voleva fare la sarta: era poco più che una bambina. Con la sua creatività divenne modellista. Indipendenza e libertà: queste le sue regole imprescindibili.

Andavo io in posta per spedire alle clienti sparse per l’Italia quelle grosse buste con i modelli di carta. Ma assieme alle buste partivano anche i bollettini postali per la beneficienza, piccole cifre che mandava, non so, ai Missionari Saveriani, agli Istituti di Don Bosco, ai lebbrosi.

(Dalla panchina prende un enorme ventaglio e aprendolo lentamente s’inginocchia ai piedi del manichino in modo da formare una sorta di piramide generazionale) – Quando mi guardo dentro mi raffronto ancora a lei. L’identità primaria ci viene dalla madre, ma nascere da un corpo di donna non è lo stesso per i maschi e per le femmine. Se il corpo è uguale a quello della madre come si fa a essere “altro” da lei? Così rimaniamo più dipendenti: dalla madre prima, da un uomo poi. Un bel casino! Ma cambiare si può (Chiude violentemente il ventaglio, si alza e corre dietro il separé).

 

 

(Si spengono le luci e partono le note di Aquarius dal musical HAIR.  Paola, vestita in perfetto stile anni ’60: una hippy della tribù dei figli dei fiori, spunta dall’alto del separé, rivolgendosi al pubblico con veemenza.)

 

Erano gli anni ’60 e decisi “Mi iscrivo a Sociologia. A Trento. Non certo una Università qualunque.” Ed è arrivato il primo scossone. Ma poi c’è stato il Femminismo, che mi ha stravolto la vita, ma me l’ha anche salvata. La militanza, la psicoanalisi, il cinema, il teatro, l’arte contemporanea. E la natura. Presa com’ero da me stessa, prima proprio non la vedevo. Invece adesso ne ero ammaliata. Ho fatto cose che oggi stento a credere. Con il compagno d’allora ho circumnavigato a nuoto quasi tutte le piccole isole del Mediterraneo: Ventotene, Filicudi, Stromboli, Ponza. Ponza…bellissima,  quella che ho amato di più.

Tra una manifestazione e una nuotata, una nuotata e una manifestazione sono arrivata ai trent’anni. Alle spalle due storie d’amore. Due storie d’amore? L’ingegnere romano? E’ finita con uno schiaffo in pieno centro a Palermo. Quell’unica volta mi è bastata. Non ho mai tollerato la violenza!

Poi il pittore. Me lo ricordo per quei pomeriggi di petting sfrenato. Con lui mi sono sentita Afrodite, dea dell’amore e della bellezza, che mi attraeva ma anche mi spaventava. Le ragazze degli anni ’60 e il sesso… misterioso, intrigante…grandi sensi di colpa! Lo lasciai dopo tre anni senza mai capire bene perché. L’ho rivisto poi a Parigi: era diventato un artista affermato! Finalmente abbiamo fatto l’amore in quella sua grande casa, i colori, gli spazi, la luce, gli aromi esotici, i libri. Anch’io volevo una casa mia! Dovevo lasciare nonna e mamma. Trovare uno spazio per me.

Avevo una laurea in Sociologia ed ero ancora un po’ spaurita, con qualche ferita da rimarginare. Intanto erano arrivati gli anni Settanta, capaci di mutare non solo le società, ma il cuore delle persone, compreso il mio. Sentivo il bisogno di entrare in sintonia col nuovo che avanzava.  “AUTONOMIA, LIBERTA’, IO SONO MIA” (urla questi slogan indossando una maglietta bianca con la scritta IO SONO MIA e disegnando un triangolo con le mani alzate, simbolo della vagina in puro stile femminista)

Stavamo scoprendo la possibilità di essere autosufficienti, di poterci autodeterminare.  L’aborto era ancora clandestino così in quel Consultorio, che avevamo aperto nella mia città in nome del separatismo, aiutavamo le donne quando erano nei guai. Ricordo ancora gli occhi di quella ragazza che avevo assistito durante un aborto senza anestesia, a Milano. Ne uscii sconvolta.

(Sedendosi) – Ci s’incontrava, nei Consultori. Mettevamo in discussione i ruoli sociali e sessuali dominanti. La famiglia. Il menefreghismo dei maschi. Finalmente potevamo prendere la parola anche noi. Sfidavamo la società patriarcale. Sfidavamo quel mondo cattolico e borghese. Sfidavamo la sinistra storica non meno sessista. (Si accovaccia, con lo spray scrive su un telo bianco steso al pavimento: “NON PIU’ PUTTANE, NON PIU’ MADONNE, FINALMENTE SOLTANTO DONNE”. Lo solleva per mostrarlo al pubblico e lo grida a mo’ di slogan) – Era nata l’autocoscienza ed io mi apprestavo a cambiare lavoro, casa, interiorità, amore.

(Indossa una giacca elegante e un paio d’occhiali da vista in stile manageriale) – Ero stata  assunta da un ente pubblico per occuparmi di formazione del personale di asili nido, consultori, ospedali psichiatrici. Anni di lotta, tanto impegno per introdurre un nuovo metodo di lavoro. Per cosa poi? Si, ero diventata una sociologa riconosciuta e garantita,  ma non ero soddisfatta. Il mio ruolo era troppo istituzionale! “Io qui non ci sto più” (scaraventando gli occhiali a terra). Mi fu offerto di cambiare lavoro senza perdere il posto. Basta scartoffie. Via, sul territorio a contatto della gente. “PARTECIPAZIONE, AUTOGESTIONE, CONTROINFORMAZIONE”! – (Urla questi slogan come se fosse in manifestazione)

E la mia vita da sola? Non ce la facevo più! Anch’io volevo la mia piccola “comune”. Mamma Angela aveva risparmiato e aveva comprato un appartamento. Me lo mise a disposizione. Grandi spazi: stanze da letto, ampio soggiorno. Ed io c’ospitai due ragazzi: con loro condivisi feste folli e intensi momenti di tranquillità domestica.

Era anche il momento dell’analisi. Un’altra esperienza che allora abbiamo fatto in tante, sull’onda dell’autocoscienza. A me è servita, eccome! Mi è servita per sviscerare il rapporto con mamma Angela, un angelo in tante occasioni e per tante persone, non sempre per me.

Madre/figlia: un nodo così difficile da sciogliere!

Due volte alla settimana a Milano, due volte alla settimana in analisi. Per cosa? Beh, per trovare il coraggio di essere me stessa. Tutte allora volevamo diventare padrone delle nostre vite, seguendo quella coscienza che sentivamo nel corpo. Ma senza andare allo sbaraglio. Se dovevo cadere, che ci fossero ad accogliermi almeno morbidi cuscini, meglio se di velluto di seta. Mi sentivo comunque sicura, tutti ci sentivamo sicuri allora convinti che nulla sarebbe più stato come prima. Quanto ci sbagliavamo, ahimè! 

 

(Si spengono le luci e partono le note di STRANGE FRUIT, la canzone di Billie Holyday del 1939 sui neri americani linciati e impiccati agli alberi. Le prime quattro strofe recitano: “Gli alberi del Sud hanno uno strano frutto/Sangue sulle foglie sangue sulle radici/ Corpi neri oscillano nella brezza del Sud/Uno strano frutto appeso ai pioppi”. Ritiratasi dietro il paravento, Paola ne esce in tailleur: gli enormi orecchini etnici attenuano lo stereotipo della donna manager.)

 

Lasciato l’incarico di sociologa istituzionale mi sono trasferita ai Servizi Psichiatrici Territoriali.

 

Il motto della nuova équipe era “TUTTI POSSIAMO FARE TUTTO”. Senza distinzione di ruoli, ci siamo ritrovati, dal medico all’inserviente, dall’infermiera alla sociologa, a sperimentare l’antipsichiatria sull’onda dell’esperienza fatta a Trieste con la chiusura del manicomio.

 

LA LIBERTA’ E’ TERAPEUTICA”.  (Urla questo slogan con molta enfasi, ma poi si centra su di sé) – Che donna sarei stata in quella nuova dimensione professionale?

 

Ricordo Bianca, una ragazza con problemi comportamentali,  che incontravo a casa sua una volta la settimana per la visita domiciliare. Tra noi era subito nata una sorta di identificazione reciproca. Era d’inverno e portavo una pelliccetta di mongolia comprata usata a Parigi, un capo a dir poco originale  (Dalla panchina prende la mongolia bianca di cui parla e la indossa) – I colleghi maschi commentavano un po’ ironici, mentre le amiche milanesi apprezzavano senza riserve. Un giorno Bianca prende il coraggio a due mani e mi dice: “Per favore Paola, veda di non venire più con questa roba addosso: dicono che quella che mi cura è più matta di me”.

 

(Togliendosi la mongolia) – Invece con Antonella c’incontravamo in auto. Occhi fissi sulla strada,

 

giri lunghi senza meta, cantavamo insieme. La sua diagnosi era di psicosi. Parlare con lei non era semplice:  solo col tempo sono riuscita a decifrare il suo strano lessico. Un giorno qualcuno venne al servizio dicendo di averla vista sul ponte del paese. Voleva buttarsi di sotto? Andai comunque a casa sua. Aveva capito benissimo che c’era preoccupazione per lei. Quando la feci salire in macchina per  andarci a bere qualcosa, lei intonò una canzone allora in voga “Amo la vita più che mai, voglio viverla per sempre…”. Aveva comunicato cantando.  Mi aveva tranquillizzato così.

 

Ma l’esperienza più choccante è stata la chiusura del reparto femminile dell’ospedale psichiatrico.

 

Entrarci per la prima volta è stato un trauma. Avrei voluto scappare, mentre le lacrime mi riempivano gli occhi. Lacrime che ho trattenuto con fatica,  proprio io, che piango per un nonnulla.

Avrei dovuto piangere invece: avrebbe fatto bene a me e a quelle donne, spaurite e rassegnate, che mi sono trovata davanti in un camerone squallidissimo. Saranno state forse cinquanta, sedute su panche di legno, con indosso lunghi camicioni di tela grezza bianco sporco, allacciati dietro, tutti uguali. Passavano lì le loro giornate, espropriate di tutto, defraudate dell’identità, estirpate dalle loro origini. Non potevano lavarsi da sole, vestirsi, pettinarsi. Scoprii che nei reparti maschili li lavavano addirittura con le scope e la pompa, come si fa con le automobili.

 

Cominciammo a parlare con loro. Ognuna aveva le sue idee, le sue passioni. La sofferenza le legava tutte, un’enorme sofferenza. Rinchiuse dai parenti per una crisi depressiva momentanea, dal marito per liberarsene e mettersi con l’amante, che magari manteneva con i soldi della moglie. In famiglia le esasperavano con continui maltrattamenti. La depressione, l’esaurimento non erano riconosciute come malattie da curare. Si era matte e basta. Una volta rinchiuse poi arrivava il peggio. Senza difese, senza nessuno che le ascoltasse, altro che matte!

 

Nonostante gli anni passati lì dentro, nonostante gli elettroshock, gli psicofarmaci, le umiliazioni alcune erano ancora molto vitali. Quando capirono che era finita, si abbandonarono completamente a noi. Le accompagnavamo  in città, al mercato a scegliersi i vestiti, al bar per l’aperitivo. Le portavamo  di nuovo verso la vita. E il groppo in gola mi viene ancora oggi pensando a quando le dovevamo riportare tra quelle mura,  dove dovevano continuare a vivere.

 

(Tamponandosi le lacrime che le stanno spuntando dagli occhi) – C’era anche la camera d’isolamento in cui potevano finire per punizione. Punizione di che? Spesso un niente, un nonnulla.

 

Ce n’era un’altra, terribile, una camera di contenzione, dove una ragazza, giovanissima, urlava quasi tutto il giorno, sedata e legata al letto, unico oggetto di quella stanza degli orrori. Io no, lì non ce l’ho mai fatta ad entrare. Ed eravamo negli anni Ottanta, con la legge Basaglia già in vigore!

 

Quelle storie però stavano per finire bene. Piano piano chi aveva ancora una famiglia disposta ad accoglierla tornava a casa, chi una famiglia non l’aveva più, in piccoli gruppi di tre o quattro sono andate a vivere insieme in appartamenti dove potevamo seguirle nel loro ritorno a un’esistenza normale.

 

Normale? Ma cosa significa normalità? Star dentro le regole? Allora è normale che dopo due anni di lavoro collettivo siano tornati gli specialismi e le gerarchie. Dal “lavorare insieme” al “qui comando io”. Ma il motto non era forse “TUTTI POSSIAMO FARE TUTTO”?

 

E io ho ricominciato a dar segni evidenti d’insofferenza.

Ne ho approfittato per buttarmi in una nuova avventura: lo studio della depressione delle donne. Via a Londra, a riqualificarmi dai più importanti ricercatori e ricercatrici.

 

Scrivo, scrivo di due cose sempre presenti nella sofferenza al femminile: la depressione e la scarsa autostima.” (Sfogliando un libro preso dalla panchina).

 

(Centrandosi su di sé) – Perché quest’interesse così forte?  Anche chi cura la depressione può essere depressa? Certo, perché  l’origine è la stessa. Depresse non si nasce, depresse si diventa!

 

Ma come, l’esperta di depressione è depressa?” Beh sì, è depressa e allora?

 

(Butta il libro e s’inginocchia come per una visione mistica) –  “Ci sono persone che hanno bisogno di curare gli altri, se non lo fanno l’energia trattenuta si accumula e si possono ammalare” mi aveva detto un’esperta di autoguarigione durante uno stage. (Alzandosi) – Avevo dei conti in sospeso con il dare e il ricevere? Avevo un problema di cuore? L’ho risolto aprendo un Centro per aiutare le donne ad acquisire autostima.

 

(Si avvia verso il separé, ma ha come un ripensamento. Rivolgendosi al pubblico)  Ma e io?

 

(Si spengono le luci e partono le note di THE MAN I LOVE canterellata da Paola, che dal paravento esce abbigliata da Artemide: Diana, la dea cacciatrice, grondante sex-appeal. Si siede sulla panchina a sinistra)

 

Un’amica un giorno mi dice: “Il tuo vivere il desiderio è un aspetto molto forte: fai solo quello che vuoi, sei un magnifico esempio”. (Spostandosi a sedere a destra, impersonando se stessa) – Prendo quella frase come un complimento, ma comincio a rifletterci. Sui desideri fondamentali mi sento davvero “una ariete”, il mio segno zodiacale. Sarà forse una compensazione al “Vorrei, ma non posso” di quand’ero ragazza? Ora il mio motto sarebbe piuttosto “Potrei, ma non voglio”, che è un modo più accettabile per raccontarla agli altri, anche se ciò che conta veramente è come poi riusciamo a raccontarla a noi stesse.

(Torna a sedere a sinistra, impersonando l’amica)Come sei…, come sei…

 (Legge sfogliando il libro di prima) Ecco cara, ascolta: Capitolo 2, no meglio Capitolo 7 :“Alcuni desideri sono imprescindibili. Se non ci è data la possibilità di soddisfarli, dobbiamo crearcela da sole. Altrimenti rimangono nel corpo come piccole bombe ad orologeria pronte ad esplodere al primo scossone”

(Ritornando ammiccante si sdraia sulla panchina) – A volte mi definiscono charming, nel senso di una che ti fa sentire in stato di grazia. Qualcuno però insinua che con la stessa disinvoltura posso diventare intollerante e malvagia, e far precipitare dalla grazia all’inferno. Mah, sarà …ma io non mi ci riconosco proprio in questa specie di Maga Circe.

(Mettendosi una cintura stile militare) – M’identifico piuttosto con Artemide, la Diana degli antichi romani, l’arciera dalla mira infallibile, una delle dee “vergini”, una in se stessa,  protettrice delle adolescenti e delle partorienti, lei che di figli non ne ha avuti, la paladina dell’indipendenza femminile.  Prima del femminismo, è stata dura per le donne Artemide, impegnate a realizzarsi al di là della famiglia. Dopo gli anni Settanta invece, le Artemide sono diventate protagoniste anche dove avevano sempre dominato i maschi. Si sono divertite a infrangere le promesse coniugali: “Finché morte non vi separi…”, puah! Hanno fatto abbassare il tasso di natalità. Non male oggi che si prospettano i nove miliardi d’abitanti su questa povera Terra!

(Parte il suono dell’arpa) – Artemide, incantevole figlia di Zeus e di Leto, vagabondava nel folto della foresta per montagne, prati e radure, con il suo stuolo di ninfe e i cani da caccia. Vestita di una corta tunica, armata di un arco d’argento, una faretra colma di frecce sulla spalla, tirava con l’arco con mira infallibile.

 

(Sognante) – ‘Andare per selve e radure’ … sentirsi in sintonia  con la natura.

 

(Ritornando riflessiva)  – Ma a proposito di mira infallibile,  la perfezione  non è però un obiettivo da raggiungere a tutti i costi:  diventa  una fatica immane! E poi una piccola imperfezione, anche nella cosa più perfetta, la rende unica. Dove c’è la perfezione non c’è cambiamento, non c’è la Storia.

 

(Rivolgendosi al manichino) – La donna Artemide ammira il padre e ne tiene il giudizio su di sé in grandissimo conto. Se lui mette in discussione le sue scelte e aspirazioni, può cadere in un terribile conflitto e ritrovarsi incapace di valorizzare se stessa.

 

(Girando di spalle il manichino e togliendo poi il cappello della nonna e la stola di visone della madre) – Anch’io ho sofferto di questa sindrome per un padre, il mio, del tutto inesistente. Con l’analisi mi sono curata da questa ferita. Così ho potuto a mia volta curare le ferite delle altre donne Artemide non amate abbastanza dal padre.

 

(Abbigliando il manichino con un Borsalino grigio) – Mio padre, il grande assente della mia vita.

 

C’è  voluta la malattia,  per farci rincontrare. Quando è stato ricoverato in rianimazione mi sono precipitata in ospedale. Subito ho avuto uno scontro con i medici, che volevano amputargli una gamba nonostante fosse già moribondo. Sarebbe stata una  sofferenza inutile e volevo risparmiargliela. Non è stato facile, ma ho lasciato fuori i sensi di colpa e ho insistito per far prevalere la mia scelta che, secondo i medici, era avventata. E’ morto proprio quella notte, evitandosi le sofferenze dell’intervento. Sono molto fiera di questa mia decisione. Lo lasciai con un ultimo bacio, l’unico che gli diedi con vero amore.

(Si toglie la cintura da Artemide) – Da quel bacio, quell’ultimo bacio dato a mio padre, le mie relazioni con gli uomini sono diventate più facili. I primi innamoramenti, quelli dell’incandescenza della passione, mi avevano già chiarito che non mi bastava provare il batticuore per sentirmi appagata. Mi ostinavo a scegliere uomini che volevano essere amati, ma non erano in grado di amare. Per paura della dipendenza, m’infilavo in rapporti che non sarebbero mai diventati d’amore.

 

Certo minimizzavo il rischio di uscire a pezzi dalla relazione,  ma ogni volta mi ritrovavo frustrata e delusa. Che fatica il rapporto uomo-donna, che stress questa fratellanza inquieta! (Si accascia sulla panchina, stremata)

 

(Alzandosi, con complicità) – Ma poi è arrivato il desiderio forte d’innamorarmi anch’io. 1988. Primavera.  Ventennale del ’68. Tornati in massa a Trento, in quell’Università dove avevamo vissuto l’utopia gridando “SIAMO REALISTI, CHIEDIAMO L’IMPOSSIBILE”. Lo rivedo. Vent’anni prima c’eravamo incontrati su quelle stesse scale, uno sguardo d’intesa, qualche frase di circostanza, ma poi c’eravamo persi di vista travolti dall’incalzare della storia, che s’era messa a correre come impazzita. Ritrovarci dopo tanto tempo… Riconoscersi… Che emozione..

(Torna riflessiva) – Col senno di poi penso sia stata una buona scelta stabilire un rapporto duraturo solo alle soglie della maturità. Single fino ai quarantacinque anni. Si, e quanto ho guadagnato in tempo e in libertà! Insomma la vita non comincia necessariamente col matrimonio né tantomeno coi figli: non siamo tutte fatte per essere mogli e madri!

(Comincia a raccogliere i cappelli sparsi sul pavimento) – Fin da ragazza ho sempre pensato che una figlia, è chiaro che avrebbe potuto essere solo una femmina, mi avrebbe richiesto troppe energie, energie che avrei dovuto negare ad un mondo già sovraffollato.  E poi non potevo proprio permettermela una figlia impegnativa e faticosa come sono stata io per mamma Angela. Inoltre un figlio o una figlia è per sempre. Un marito, un fidanzato può diventare un ex: la creatura, no!

Come Jane Austen anch’io ”…mi sono sempre sentita un cuore nubile.”. D’altra parte tutta la mia generazione non si è impegnata molto a fare figli. Avevamo ben altro per la testa: dovevamo mettere al mondo il mondo! (Da sotto la panchina prende un mappamondo tipo lampada, lo osserva, lo solleva e lo accende. Lo riappoggia a terra ed esce dietro il separé)

 

(Si spengono le luci. Sulle note di SUMMERTIME,  Paola esce dal paravento cantando. Sotto una vestaglia da ospedale, indossa un abito molto elegante)

Viva per miracolo. A cinquant’anni compiuti mi sono beccata una brutta endocardite.  In ospedale per un mese con antibiotici in vena 24 ore su 24, io che mi curo con l’omeopatia!

Le conseguenze ahimè, sono state tragiche. Otto anni dopo,  intervento a cuore aperto per riparare la valvola mitralica.

(Concentrata su di sé e lentamente sfilandosi la vestaglia) – Eventi così cambiano la vita. Se dopo l’endocardite avevo deciso di lasciare l’Asl e cominciare l’attività privata di psicoterapeuta, dopo l’intervento al cuore ho lasciato la casa sulle colline piacentine per trasferirmi nel “paeselloligure dove ho scelto di vivere.

Mi ricordo bene quel giorno. Non vedevo l’ora di entrare nella mia nuova casa, solo mia, intestata solo a me. Un immenso piacere, una grande sicurezza, non dipendere da nessuno: stati d’animo senz’altro ereditati da mia madre. La nuova casa dunque. Un borgo con una manciata di abitanti, sul mare ma defilato dal circuito turistico. Un po’ come il Sud degli anni ’50. Tramonti immensi, il colore intenso delle reti stese sotto gli ulivi, silenzio ovunque e pochi umani. Una casa che condivido con il mio compagno solo quando lo decidiamo. Stare insieme per scelta dopo quindici anni di convivenza, che meraviglia!

Quel primo pomeriggio nella nuova casa volevo godermelo in solitudine. Da una stanza all’altra, spaziando con lo sguardo tra ulivi, corbezzoli, pompelmi fino a incontrare il mare, quel mare increspato compatto come una marmellata. All’improvviso un richiamo impellente. L’impulso a salire nel bosco dietro casa. Mi siedo tra i lecci e i castagni, pronta a un incontro importante. Avvertivo la sua presenza. Quello era il luogo dove mi aspettava. Voleva forse dirmi brava per il nuovo acquisto o rimproverarmi per non averla consultata. Era lì che l’avevo immaginata. La mia mamma, che mi sorrideva e mi proteggeva. E lì la trovo ancora adesso, quando sento il bisogno di incontrarla. Un desiderio di connessione profonda, che mi apre il cuore e mi fa respirare a pieni polmoni. So che mi protegge. Se sono in qualche guaio e…la scampo, è lei che mi salva.

(Guardando la propria immagine in un piccolo specchio) – Ora che cinquant’anni non li ho più, mi vedo ogni giorno diversa. Somiglio sempre più a nonna Claudia e a zia Rita, sorella di mia madre, considerata la più bella. Con una vena di rammarico, ma anche di ironia, mamma Angela raccontava che quando erano bimbe e parlavano di sua sorella dicevano “Ma che bella!” e aggiungevano, come per scusarsi “Beh, anche questa ti cresce bene!” Invece la mia mamma non era meno bella, aveva una bellezza più discreta e raffinata. Avrei anche voluto gli occhi azzurri di mio padre e di sua madre, nonna Amelia. L’ho incontrata solo un paio di volte. Considerata la più bella della Val Lagarina, pure lei ha avuto una vita difficile. Vedova a trent’anni con quattro figli, espropriata dei beni ed esiliata in Boemia perché il marito farmacista si era schierato con Cesare Battisti.

Come succede spesso alle ragazze, da giovane non mi vedevo particolarmente bella. Mi sono accorta dei miei occhi verde-scuro quando un innamorato me li ha fatti scoprire. Col tempo ho cominciato ad apprezzare la cura del corpo. Mi piace cambiare pettinatura e colore dei capelli. E’ il mio modo di entrare con leggerezza nel gioco nella vita.

Tornare giovane? Ma scherziamo? Non sono stata felice e nemmeno gioiosa da ragazza! Sempre ingrugnita. Incazzata col mondo intero. Non mi piacevo. Non sapevo cosa fare della mia vita. Avevo tanta voglia di ridere e giocare.  Ma con chi?

Con la vecchiaia mi sto addolcendo. Mi sento più disponibile e più aperta.

 

Riesco perfino a tenere conto di ciò che mi si dice, a patto certo che si sappia aspettare il momento

 

giusto, comunque mai prima delle 11 di mattina.

 

Rimango una donna non addomesticabile e bisogna avvicinarmi con grande cautela!

 

Ho imparato ad accettare i cambiamenti del corpo. E’ inutile voler sconfiggere l’età. Non si può. Le

 

inquietudini, anche loro restano eccome. Ma ci si convive! Io come faccio? Beh, intanto tiro dritto

 

davanti agli specchi. E poi ho i miei colori da indossare. Il viola non può mai mancare, ci può stare

 

anche l’arancio e il giallo, qualche verde qua e là. Ho un debole per gli abiti dalle fogge particolari,

 

veri antidoti alla depressione. Dati i prezzi, consiglio di comprarli nei negozi vintage!

 

(L’attrice si avvicina alla protagonista in carne e ossa, seduta in prima fila tra il pubblico e l’invita

 

a salire sul palco dove l’accompagna) – Ogni mattina creo la mia scultura vivente, la mia opera

 

d’arte: me stessa.

 

(L’attrice si ritira dietro il separé per uscirne con in mano lo stesso abito indossato nel primo

 

quadro) – Scelgo con cura gonne lunghe o pantaloni larghi. Oppure leggins con gli stivali. Poi le

 

sciarpe, che servono sempre. Ma soprattutto gli immancabili orecchini: da portare anche in casa per

 

carità! Senza dimenticare i cappelli, che regalano allure e ironia.

 

(L’attrice aiuta la protagonista in carne e ossa ad indossare l’abito elegante del primo quadro, poi le porge un cappellino Thai e prende per sé un cappello di paglia a larga tesa) – Ho scoperto che Ari Seth Cohen, famoso blogger newyorkese di trent’anni, fotografa donne di classe. Ma solo dai settant’anni in su. E solo se portano cappellini buffi perché, dice, hanno più sense of humor

(La protagonista indossa il cappellino Thai. L’attrice si ritira sul fondo, si mette il grande cappello di paglia e ne abbassa la larga tesa sul volto in modo da nasconderlo e celare così la propria identità).  Non vedo l’ora di incontrarlo: è uno dei pochi che ha capito che l’ultima parte del corpo a invecchiare è il cuore.

 

 

 

agosto 2015