RicliclArti | 2013

Mostra collettiva tenutasi a Padova


Il mio fare arte si fonda sul riuso di materiali reietti: oggetti della quotidianità, che il mare ruba alla terra per restituirli segnati dalla sua forza.

A livello stilistico, la mia ricerca si rifà all’assunto base del ready made: il significato di un oggetto dipende dal contesto in cui è collocato.

Anche le cose più repellenti possiedono una sorta di eleganza selvaggia, che sfugge al primo impatto, ma non impossibile da cogliere. Io lavoro su questa intuizione, intervenendo il meno possibile sui materiali, che utilizzo così come mi arrivano. Sfruttandone forma e colore, semplicemente li accosto e li sovrappongo in modo da svelarne il potenziale espressivo. L’intento è di sottrarli alla lenta consunzione per consegnarli al colloquio tra loro e con chi li osserva, restituendo il ‘rimosso’ della nostra contemporaneità. .

Se il rapporto con l’ambiente è oggi cruciale, credo che la diffusione di una nuova cultura del rifiuto possa non solo contenere lo spreco delle risorse, ma mutare lo sguardo rivolto alle persone ai margini, che rischiano la stessa sorte riservata agli oggetti obsoleti, buttati come spazzatura.


DESCRIZIONE delle due opere presentate

La prima opera è un’installazione bidimensionale, concepita nel 2002 e riprogettata nel 2013.

Misura 1.50×3.00 mt, da collocare a muro.

Si compone di tre elementi:

Un telo nero, forse strappato a un’imbarcazione durante una tempesta, lavorato dal mare fino a trasformarlo in una sorta di arazzo di segno astratto. La permanenza in acqua e l’azione delle onde hanno composto una sorta di alfabeto approssimativo ma seducente, essenziale e ridondante insieme, come lo è ogni forma di espressione arcaica;

Un salvagente arancione, con evidenti tracce di catrame. Al centro le scritte in stampatello dei probabili luoghi di provenienza, di passaggio e/o di destinazione. ISTAMBUL e ROTTERDAM sono quelle che si leggono più distintamente:  il Mediterraneo che dialoga con il Mare del Nord, la globalizzazione testimoniata da un reperto rinvenuto tra le rocce di una piccola spiaggia ligure. Poi il catrame: ci parla di inquinamento e con la sua untuosità mette a disagio, ma entra in gioco anche come elemento compositivo e descrittivo;

Un giubbino consunto, che tuttavia ha mantenuto la struttura originale: le tasche chiuse, le cerniere allacciate, i bottoni con la patina del verderame quasi a impreziosirlo. Sarà stato perso da un pescatore in un momento di distrazione o da un uomo in fuga su una barca? Vuol testimoniare l’hobby di uno come noi o la disperazione di un transfuga da chissà quale paese, alla ricerca di libertà e di sopravvivenza?

I tre reperti, trovati in epoche diverse, si sono cercati e integrati senza troppa fatica: le tonalità cromatiche si sono fuse in modo armonico e il rapporto tra i volumi è risultato equilibrato.

A livello di contenuto, pongono la domanda se siano testimonianza di uno dei tanti drammi di cui il Mediterraneo è testimone in questi anni o di un banale incidente già rimosso dalla memoria.

Dal titolo che ho dato all’opera è facile capire la mia scelta: NAUFRAGIO.

 

La seconda opera (titolo: BABY) è un assemblaggio bidimensionale del 2006, misure 0.50×0.30 mt.

Mai esposto, è stato utilizzato come logo per il convegno DONNE CHE SBATTONO CONTRO LE PORTE-riflessioni su violenze e stalking, tenutosi a La spezia nell’ottobre 2009, i cui atti sono contenuti nel libro omonimo edito da Franco Angeli nel 2010.

Mi è sembrato significativo riproporre quest’opera oggi, alla luce del dibattito sul femminicidio e più in generale sul faticoso processo intrapreso dalle donne per modificare la loro condizione. Appare infatti evidente che l’uscita dalla crisi sarà possibile solo a condizione di un nuovo ruolo svolto e riconosciuto alle donne, in tutti gli ambiti: da quelli privati come la famiglia e le relazioni, a quelli pubblici come il lavoro e la politica. A fronte dell’irreversibilità di tali mutamenti, la componente maschile più resistente al cambiamento, è portata a viverli come perdita di potere e di controllo piuttosto che come occasione di crescita individuale e collettiva. Questa incapacità a confrontarsi con la necessaria ridefinizione dei rapporti tra i generi suscita in questi maschi, spesso socializzati con modalità violente e comunque portatori di un codice errato di virilità, comportamenti aggressivi e di  annientamento anche fisico.

I tre elementi che compongono l’opera, un rettangolo di legno chiuso da una rete, una bambola mutilata, un filo plastificato verde che la circonda e la contiene, restituiscono bene i termini dell’impasse attuale: la grata di ferro contro cui s’infrange la spinta al cambiamento della donna contemporanea, qui rappresentata da una bambola priva di braccia: una sorta di Venere di Milo della postmodernità, piccolo simulacro di plastica, decontestualizzato dalla sua funzione originaria e ridotto a misero simbolo di un degrado da discarica. Il verde del filo plastificato, che fa da sfondo, è sì un elemento di luminosità e di speranza, ma avvolge la composizione in una luce inquietante alla MATRIX, monito del rischio di una perdita complessiva d’identità, che riguarda non solo le donne, ma la società contemporanea nel suo insieme.